SETTE BAMBINE EBREE AL TEATRO FILODRAMMATICI
Sette bambine ebree. Un'opera per Gaza di Caryl Churchill - traduzione di Stefano Casi - uno spettacolo di Andrea Adriatico - con Anas Arqawi, Liliana Benini, Nicolò Collivignarelli, Olga Durano. In scena al Teatro Filodrammatici fino al 18 ottobre. Visto il 14 ottobre da Adelio Rigamonti che lo ha recensito.

TRA "DILLE" E "IL NON DIRLE"
Dopo aver visto Sette bambine ebree è opportuno dividere la mia recensione: da una parte la bellezza concreta del testo (efficace nella traduzione di Stefano Casi) e dall'altra la sovrabbondanza di immagini/gesto/simbolo presenti nella regia di Andrea Adriatico.
Sette bambine ebree. Un'opera per Gaza è un testo breve, radicale e scomodo. Caryl Churchill, attraverso sette quadri incentrati su ciò che bisogna dire o tacere alle bambine, intende svelare il meccanismo con cui gli adulti trasmettono paure, memorie e odio. Le frasi interrotte, le esitazioni e le contraddizioni (ben presenti almeno nella traduzione in italiano) fanno emergere inquietanti verità: la protezione amorevole dei figli può trasformarsi in pregiudizio e il ricordo di una persecuzione subita può diventare il mezzo per giustificare sofferenze altrui. Quello della Churchill è un testo di teatro civile necessario perché riesce a mettere in crisi le giustificazioni morali degli adulti. I sette quadri conducono lo spettatore dal ricordo della persecuzione e della paura (il nazismo) all'oggi: Gaza e la radicalizzazione dell'odio. In ogni quadro gli adulti discutono su che cosa dire e non dire alle immaginarie bambine e oscillano tra il raccontare la verità e il nasconderla, evitando di raccontare le espulsioni e cercando di giustificare ciò che accade e di proteggere la bambina dalle evidenti contraddizioni storiche. Infine di fronte ai bambini palestinesi morti, gli adulti oscillano fra la negazione, la giustificazione e l'essere coscienti della tragedia. La ripetizione di «Dille» e «Non dirle» mostra come la verità venga continuamente selezionata, manipolata o celata dagli adulti.
Per quanto riguarda la messa in scena di Andrea Adriatico, in Sette bambine ebree c'è il rischio di un eccesso di simboli che finisce per indebolire la forza del testo della Churchill. La piscina, i lettini, i drink, il drone, i mini-bulldozer e la bandiera palestinese non sono per forza elementi sbagliati. Il problema sorge quando vengono accumulati senza che sia sempre evidente il loro rapporto con la parola e con l'azione drammatica. I mini-bulldozer, soprattutto se invisibili a gran parte della platea, diventano un simbolo che non riesce a comunicare. La bandiera palestinese nell'acqua può essere un'immagine potente, ma rischia di apparire una didascalia politica aggiunta alla scena. Il drone rende presente la guerra, ma risulta ridondante se il testo ha già espresso quella violenza. La piscina e il benessere ostentato costruiscono un contrasto sociale e politico comprensibile, ma insistito oltre misura rischia di diventare una dimostrazione anziché una rappresentazione.
Il paradosso è che Churchill scrive un testo essenziale e la sua potenza sta in ciò che i personaggi non riescono a dire apertamente. Il rischio della regia è dunque quello di spiegare visivamente ciò che il testo lascia volutamente irrisolto. Quando ogni oggetto deve significare qualcosa si obbliga lo spettatore a smettere di interrogarsi sulla parola e lo si indirizza a decifrare la scenografia. Il teatro politico non è tanto quello che moltiplica i simboli, quanto quello che trova un'immagine necessaria, capace di contenere un'intera contraddizione senza doverla spiegare. Mi pare che la regia pretenda dagli attori di sostenere una tesi già formulata attraverso oggetti, azioni e immagini. In un testo così essenziale, sarebbe invece necessario che le voci conservassero tutta la loro ambiguità, senza essere subordinate alla scenografia.
La lunga conclusione musicale di Sette bambine ebree può essere interpretata come il tentativo della regia di impedire la normale liberazione emotiva dell'applauso. Se questa era l'intenzione la scelta è comprensibile, ma non mi convince: una conclusione teatrale dovrebbe generare il silenzio attraverso la forza di ciò che è stato rappresentato, non prolungarlo artificialmente con una musica che sottolinea ripetutamente il dolore e che diviene ridondanza registica, non intensità drammatica.
Il testo di Caryl Churchill non offre personaggi compiutamente delineati, ma voci che si alternano, si contraddicono, impartiscono ordini e cercano di stabilire quale verità trasmettere alle bambine. Gli attori (Anas Arqawi, Liliana Benini, Nicolò Collivignarelli, Olga Durano) in uno spettacolo già ricco di simboli visivi dovrebbero costituire il principale punto di riferimento umano, restituendo alle parole ambiguità, esitazioni e conflitti. Quando la componente scenografica e quella simbolica diventano predominanti, la recitazione rischia di essere subordinata alla dimostrazione di forza della regia.
Adelio Rigamonti
