NON SI SA COME AL PICCOLO TEATRO GRASSI

05.11.2026

Non si sa come di Luigi Pirandello con Franco Branciaroli e con Alessandro Albertin, Valentina Violo, Ester Galazzi, Francesco Martucci - regia Paolo Valerio - Visto il 4 novembre- Recensione di Adelio Rigamonti 

NON SI SA COME

Franco Brenciaroli
Franco Brenciaroli

LA PAROLA DI PIRANDELLO SACRIFICATA

Ci sono testi che non si lasciano captare facilmente, perché più che raccontare una storia processano le nostre certezze. Non si sa come, uno dei drammi meno conosciuti e meno rappresentati di Luigi Pirandello, appartiene  a questa famiglia. Ma proprio la difficoltà del testo avrebbe richiesto una particolare attenzione nella sua restituzione scenica.
La vicenda ruota attorno a Romeo Daddi, uomo apparentemente rispettabile, marito e amico fedele, che si trova improvvisamente a fare i conti con un gesto compiuto in un passato molto addietro, una colpa che sembrava sepolta e che riaffiora attraverso una nuova relazione sentimentale. Un tradimento, un atto di violenza, una responsabilità della quale non si riesce a ricostruire fino in fondo l'origine. Perché si fanno certe cose? Dove finisce la volontà e dove comincia l'istinto? E soprattutto: siamo davvero padroni delle nostre azioni? È il territorio inquietante nel quale Pirandello conduce i suoi personaggi, costringendoli a interrogarsi sulla propria identità e sulla possibilità di distinguere il bene dal male.
Non si sa come è un'opera che richiede allo spettatore un ascolto particolarmente vigile. La sua materia è fatta di ambiguità, ripensamenti, contraddizioni, di parole che scavano sotto la superficie dei comportamenti. Non è dunque un testo facile, tanto più per un pubblico che non ha molta familiarità con questo Pirandello meno frequentato. La scelta di ridurlo, direi brutalmente, a un unico atto, anziché agevolarne la fruizione, finisce per renderne ancora più difficile la comprensione. La vicenda procede compressa, i passaggi psicologici si accavallano e non sempre si ha il tempo necessario per cogliere le motivazioni e le relazioni che legano i personaggi. La concisione, in questo caso, non diventa sintesi ma sottrazione di quei passaggi che avrebbero potuto rendere più leggibile il tormento pirandelliano; i guasti interiori che Pirandello normalmente ci pone sotto gli occhi.
Ho, anche a freddo, qualche perplessità, anzi più di una, sulla regia. La scenografia, rutilante e continuamente sollecitata da effetti visivi, finisce per diventare un elemento di disturbo: affatica lo sguardo e distrae dall'essenziale. Più che accompagnare la vicenda, sembra reclamare un protagonismo autonomo. Ma Pirandello non ha bisogno di essere rivestito di tante immagini: la sua scena più efficace è quella che si apre nella coscienza dei personaggi, dove basta una parola, un silenzio, una contraddizione per far precipitare ogni certezza.
Sul versante degli interpreti, Franco Branciaroli, pur fisicamente quasi irriconoscibile, conserva una presenza scenica e una capacità di attraversare le contraddizioni del personaggio che meritano attenzione. Sugli altri interpreti il giudizio è meno convincente: non sempre riescono a dare consistenza e chiarezza a figure che avrebbero bisogno di una precisa caratterizzazione psicologica. Ma credo che su quest'ultimo aspetto il regista Valerio abbia poco agito.
Resta intatta la forza di un Pirandello che continua a porci una domanda scomoda: siamo davvero responsabili di ciò che facciamo, oppure esiste dentro di noi una zona oscura nella quale la volontà perde il controllo e le azioni accadono, appunto, non si sa come? È una domanda che attraversa tutto il dramma e che dovrebbe rimanere addosso allo spettatore anche dopo la conclusione.
Peccato che la regia non riesca a valorizzare questa ricchezza, anzi finisca per penalizzarla. La scelta di comprimere il testo in un unico atto, la gestione poco convincente dei tempi e dei rapporti tra i personaggi e l'insistenza su un apparato visivo sovraccarico rivelano una concezione dello spettacolo più preoccupata di stupire che di interpretare Pirandello. Ne risulta una messinscena confusa, nella quale la complessità psicologica si perde anziché emergere. Un'occasione mancata: perché Pirandello non chiedeva effetti speciali, ma uno sguardo capace di penetrare nelle contraddizioni dell'animo umano.  

Adelio Rigamonti

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