MISTERO BUFFO con LUCIA VASINI
AVVERTENZA AI LETTORI: In occasione del ritorno, fino al 17 maggio al Menotti, di Mistero Buffo di Dario Fo e Franca Rame con Lucia Vasini, TEATRANDOMILANO in coda all'attuale recensione di Fabia Caporizzi, che lo ha visto il 7 maggio, ripropone alcuni ricordi dello spettacolo visto da Adelio Rigamonti nel 2019 per Sonda Life.

OTTIMA LUCIA VASINI NEL "SUO" MISTERO BUFFO
Teatro pieno, pubblico entusiasta: questo nuovo allestimento, inserito nelle celebrazioni per il centenario della nascita di Fo, riesce in qualcosa di rarissimo: restituire integralmente la forza originaria dello spettacolo e, allo stesso tempo, rinnovarla davanti agli occhi dello spettatore contemporaneo. Debuttato alla fine degli anni Sessanta all'Università Statale di Milano, lo spettacolo rappresentò una rivoluzione assoluta nel teatro italiano: un teatro popolare ma colto, feroce e poetico insieme, capace di recuperare la tradizione orale dei giullari medievali per trasformarla in una macchina scenica di critica sociale, satira politica e riflessione civile. E proprio questa energia anarchica, corporea, irriverente, continua ancora oggi a travolgere il pubblico con una vitalità impressionante. Protagonista di questa nuova edizione è Lucia Vasini, interprete straordinaria che affronta forse la sfida più difficile: confrontarsi con un immaginario teatrale potentissimo senza restarne schiacciata. Il rischio dell'imitazione era reale: Mistero Buffo porta inevitabilmente con sé la memoria scenica e vocale di Fo e Rame, il loro modo unico di stare sul palco, di deformare la lingua, di trasformare il racconto in gesto fisico, politico, quasi rituale. E invece Lucia Vasini compie qualcosa di molto più raro e intelligente: attraversa quei materiali e li fa propri. Vasini è magnetica, fisica, mobile, continuamente in tensione tra comicità grottesca e struggimento poetico. Riesce a cambiare registro con una naturalezza impressionante, passando dalla leggerezza irriverente alla malinconia più lacerante nel giro di pochi secondi. La scena sembra dilatarsi attorno alla sua presenza. Il corpo, la voce, il ritmo, la precisione gestuale: tutto concorre a costruire un teatro vivo, pieno, potente. La versione proposta riporta al centro i monologhi originariamente interpretati da Franca Rame, La nascita di Eva, Maria alla croce, La Parpaja Topola, costruendo una rilettura apertamente femminile che amplia ulteriormente la potenza dell'opera. La comicità diventa anche uno strumento feroce di riscrittura del dolore, della marginalità, della sopraffazione. La platea ride molto, ma avverte costantemente che sotto quella comicità si muove qualcosa di più profondo: la violenza del potere, la miseria umana, il desiderio di sopravvivenza, la fragilità degli ultimi. Fo e Rame avevano costruito un teatro capace di fondere filologia medievale, commedia dell'arte, satira sacra, controinformazione e deformazione linguistica in una forma scenica completamente nuova. Tutto questo oggi continua a funzionare con una forza quasi miracolosa. Nessun effetto superfluo. Solo un'attrice, un testo immenso e il pubblico davanti. Mistero Buffo continua a essere un capolavoro perché nasceva per scuotere gli spettatori, destabilizzarli, obbligarli a guardare il mondo da un'altra prospettiva. Ed è straordinario constatare quanto questa operazione riesca ancora oggi, con la stessa forza di allora.
Fabia Caporizzi

RISPOLVERANDO RICORDI (2019)
Al Teatro Menotti Mistero Buffo è tornato a respirare polvere, sudore e popolo. E lo ha fatto con la voce ruvida e insieme lucidissima di Vasini, capace di attraversare la giullarata di Dario Fo senza trasformarla in reliquia da museo civile.
Lo spettacolo non cercava l'effetto nostalgia, tentazione frequente quando si maneggia un monumento del teatro italiano, ma piuttosto una contemporaneità viva, quasi fastidiosa. Il regista Emilio Russo sceglieva infatti una scena scarna, nervosa, affidata più al ritmo che alla decorazione, lasciando che fossero il corpo e il fiato dell'attore a costruire il paesaggio umano di mendicanti, santi, contadini e potenti.
Vasini evitava intelligentemente l'imitazione del maestro. Nessuna caricatura di Fo, nessuna calligrafia. Al contrario, un lavoro asciutto, persino trattenuto in alcuni passaggi, che rendeva ancora più efficaci le improvvise impennate grottesche. Il grammelot diventava così non un esercizio filologico, ma una lingua sporca e universale, capace di raccontare il disordine del presente.
Il pubblico del Menotti seguiva con attenzione rara, quella che nasce quando il teatro smette di intrattenere e torna a mordere. Ed è forse questa la riuscita più autentica dello spettacolo: aver ricordato che la giullarata non è evasione, ma una forma antica e pericolosa di critica sociale.
In tempi di parole sterilizzate, Mistero Buffo tornava a essere ciò che dovrebbe sempre essere: un atto teatrale irriverente, popolare e profondamente politico.
Adelio Rigamonti
