MAI MORTI AL TEATRO DELLA COOPERATIVA

14.10.2026

MAI MORTI

Mai morti in scena al Teatro della Cooperativa fino al 18  ottobre. Testo e regia di Renato Sarti con Gabriele Falsetta. Visto il 13 ottobre. Recensione di Fabia Caporizzi.

Gabriele Falsetta
Gabriele Falsetta

Tornato in scena in questi giorni al Teatro della Cooperativa di Milano, Mai morti conferma la propria centralità nella storia del teatro civile italiano. Ci mette davanti agli orrori della nostra Storia, ma anche del nostro passato più recente, lasciandoci senza fiato. Per Renato Sarti affidare la sua «affabulazione nera», che per vent'anni ha avuto i tratti e la voce di Bebo Storti, a un nuovo interprete rappresentava una sfida non facile: il personaggio era identificato con una precisa presenza teatrale, ma l'operazione è riuscita e con Falsetta lo spettacolo acquista una diversa tensione, e costringe forse con ancora maggior forza il pubblico a confrontarsi non solo con una storia ingombrante, dolorosa ma anche con un presente che inquieta. Sarti ha dato un nuovo corpo e una nuova voce al suo nostalgico fascista mai pentito, prigioniero di una retorica lucida e spietata che salda le atrocità del passato alla stagione delle stragi e alle pulsioni xenofobe del presente. Il titolo richiama uno dei battaglioni della Decima MAS, formazione che operò al fianco dei nazisti nella repressione antipartigiana. La portata di questa ripresa va sottolineata perché se Storti costruiva il personaggio attraverso un'agghiacciante, cinica bonomia, Falsetta percorre una strada non meno potente: la sua è una recitazione fisica, nervosa, perturbante, attraversata da una tensione che raramente concede tregua. Non interpreta un vecchio reduce intento a rievocare le proprie imprese, ma una figura glaciale, quasi sottratta al tempo, nella quale la ferocia ideologica convive con un'inquietante lucidità. Il cambio anagrafico dell'interprete sottrae al monologo quel senso della rievocazione storica e lo precipita ancora di più nell'attualità. Si ha l'impressione che quell'uomo non appartenga a una generazione destinata a scomparire. Potrebbe forse essere un nostro contemporaneo. La distanza rassicurante dalla quale osservare l'orrore si annulla.
La scenografia, ridotta all'essenziale, accentua il carattere claustrofobico della rappresentazione. Al centro dello spazio domina un letto, sotto le cui lenzuola Falsetta appare inizialmente rannicchiato. Un'immagine statica, domestica che acquista presto i contorni di un'intimità malata da cui prende forma un racconto incontenibile, nel quale l'immobilità del corpo contrasta con il movimento della parola: il monologo è un fiume inesorabile, capace di attraversare decenni di storia italiana con un compiacimento tanto più intollerabile quanto più viene esibito come naturale. Si resta inchiodati alla poltrona, sgomenti, obbligati all'ascolto dell'orrore davanti a questa figura schermata dagli occhiali scuri che ricordano quelli di Pinochet, occhiali che indossa per quasi tutto il monologo. Li porta quando è in vestaglia, quando il corpo si offre nella sua dimensione più ordinaria prima a letto e poi in piedi, progressivamente sostenuto dal proprio eloquio, e infine quando indossa quella divisa che «lo chiama» dall'armadio. Le lenti non sono un semplice accessorio. Sottraggono lo sguardo e trasformano il personaggio in una maschera impenetrabile. Non possiamo nemmeno cercare nei suoi occhi un'esitazione, un residuo di pietà. L'illuminazione fredda, quasi chirurgica, accompagna questa sottrazione, isolando il corpo dell'attore nel buio e trasformando la stanza in uno spazio di interrogatorio, dove dominano l'orrore e il brutale potere. Ascoltiamo da quella figura le imprese e le torture praticate finanche negli ambienti che sarebbero poi diventati il Piccolo Teatro, la repressione seguita all'8 settembre, le atrocità del colonialismo italiano in Africa. Il racconto affronta la strage di piazza Fontana, la morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano durante gli interrogatori successivi all'attentato, attraversa gli anni della strategia della tensione e arriva fino al G8 di Genova. Ma non è una successione di episodi, quegli avvenimenti, nel suo flusso narrativo, freddo ed esaltato a un tempo, sembrano appartenere a un medesimo universo ideologico, che vede la violenza come uno strumento legittimo di ordine. A oltre vent'anni dal debutto, Mai morti rivela così una tenuta drammaturgica che dipende dall'efficacia del suo dispositivo teatrale: Sarti consegna la scena a un uomo che non avverte il bisogno di giustificarsi, non domanda perdono, non manifesta pentimento ma ricorda, rivendica, si compiace. Il suo universo morale è diviso secondo una logica elementare: da una parte l'ordine, dall'altra tutto ciò che viene percepito come una minaccia a quell'ordine imposto. L'interpretazione offre al personaggio qualcosa di perturbante: una parvenza di normalità. Quell'uomo sorride, indugia in un ricordo come se sfogliasse un album di famiglia e subito dopo racconta un episodio atroce con la medesima naturalezza. Lo stesso tono. La violenza non coincide con l'esplosione dell'aggressività, ma si annida nell'inquietante tranquillità con cui vengono pronunciate parole intollerabili, nella sicurezza di chi considera perfettamente ragionevoli convinzioni fondate sulla pura sopraffazione. Sarti mette così a nudo i meccanismi attraverso i quali una cultura autoritaria costruisce la propria auto rappresentazione, alimenta i propri miti e riduce le vittime a ostacoli da eliminare. Mai morti espone gli spettatori alla continuità di un linguaggio intollerabile, alla persistenza di categorie mentali che attraversano le epoche. A inquietare non sono dunque soltanto gli avvenimenti narrati, ma le parole utilizzate per raccontarli, la loro capacità di capovolgere il significato delle azioni, di chiamare eroismo la sopraffazione e necessità la violenza. Il titolo finisce allora per assumere un significato che oltrepassa il riferimento storico. Mai morti non sono soltanto gli uomini di un battaglione, ma anche i fantasmi di un Paese che non ha ancora risolto fino in fondo il proprio rapporto con alcune pagine della sua storia. Quelle parole non appartengono a un museo, sono solo state nascoste sotto il tappeto. Oggi tornano a circolare come polvere velenosa che si posa ovunque, invade gli spazi. Alla luce del sole. Sono parole che ci offendono e ci intossicano. Offuscano l'orizzonte. 

Fabia Caporizzi

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