MA CHE RAZZA DI OTELLO? AL TEATRO OSCAR
Ma che razza di Otello? di Lia Celi con Marina Massironi, musiche per arpa arrangiate ed eseguite dal vivo da Monica Micheli
regia di Massimo Navone - Teatro Oscar, Milano – deSidera, fino al 31 ottobre. Visto il 29 ottobre recensione di Fabia Caporizzi
MA CHE RAZZA DI OTELLO?

Ma che razza di Otello, una tragedia per un fazzoletto
Non essere amati è solo sfortuna; non sapere amare è una tragedia, ha affermato Albert Camus, scrittore e filosofo francese ribelle e libertario nato ad Algeri, Premio Nobel per la Letteratura. Non potrebbe essere quella frase anche una sintesi dell'Otello? Ci sono tragedie che attraversano i secoli senza perdere nulla della loro potenza, e modi di raccontarle che riescono a farci ridere senza cancellarne l'oscurità. L'Otello ha tre, anzi quattro personaggi principali, nella lettura che Marina Massironi porta in scena: un generale valoroso, moro, talvolta chiamato "negro" con un umorismo che gioca proprio sul pregiudizio; Desdemona, moglie innamorata e, come osserva l'attrice, già "sfigata" a partire dal nome, che deriva dal greco e significa sfortunata o infelice; Iago, amico traditore; e un fazzoletto. Soprattutto un fazzoletto, che vale più della parola. Oggi, forse, basterebbe un messaggio WhatsApp per scatenare la stessa catastrofe. Una sproporzione quasi comica, se non fosse per i morti. È anche da questo paradosso che prende forza Ma che razza di Otello, scritto da Lia Celi e diretto da Massimo Navone, in scena al Teatro Oscar di Milano per deSidera dal 29 al 31 ottobre. Il racconto comincia pacato, quasi una lettura scenica: Massironi sulla destra del palcoscenico, Monica Micheli a sinistra con la sua arpa. Poi il ritmo cresce, la narrazione acquista slancio, le risate si moltiplicano fino agli applausi calorosi che salutano un'ora e mezza di spettacolo. Non è una riduzione della tragedia shakespeariana né una lezione sull'opera di Verdi. Lia Celi, appassionata conoscitrice del melodramma, ne ripercorre la genesi, i personaggi e le convenzioni, passando dalle curiosità storiche alle debolezze umane. Guarda Shakespeare e Verdi da una porta laterale, con la libertà di chi ama un'opera abbastanza da poterne sorridere. Anche Verdi diventa bersaglio di qualche scherzo, senza che il gioco si trasformi in una caricatura del compositore. Marina Massironi è l'interprete ideale di questa scrittura: attrice e cabarettista, divertente, coinvolgente, a tratti esilarante, passa dalle osservazioni fulminanti alle pause sapienti, dalle digressioni ai momenti più amari. Interagisce con gli spettatori con una naturalezza che rende vivo anche il racconto più articolato. La sua comicità nasce spesso dalla distanza fra la grandezza delle passioni e la piccolezza dei comportamenti. I tenori ingenui, i baritoni intriganti, le eroine destinate a soffrire diventano materia di scherzo: non un trattato di musicologia, ma il piacere di giocare con i codici del melodramma. Quando poi prende di mira la stupidità di Cassio e le assonanze poco eleganti che il suo nome suggerisce in veneziano, il pubblico esplode più volte in risate fragorose. Ma Otello è anche il Moro di Venezia, un uomo nero che ha conquistato prestigio come generale in una società nella quale resta esposto alla diffidenza. Iago sa dove colpirlo: ne sfrutta l'insicurezza, alimenta il sospetto e trasforma l'amore in ossessione. Prima scredita Cassio, poi approfitta dell'intercessione di Desdemona in suo favore per suggerire una relazione inesistente. Infine arriva l'oggetto decisivo, primo dono di Otello alla moglie, carico di valore affettivo e finito nelle mani sbagliate. Iago ne fa una prova apparentemente definitiva. Massironi insiste sull'assurdità di tanto dolore per uno "straccetto". Si ride, ma quell'indizio, che non dimostra nulla, finisce per contare più della parola della donna che l'ha perduto. La gelosia diventa possesso, la calunnia certezza: la parola di Desdemona non basta a salvarla. Le battute sui femminicidi aprono una ferita contemporanea, così come il richiamo al fatto che in Italia il delitto d'onore (come il matrimonio riparatore) sia stato abolito soltanto nel 1981. Non mancano incursioni nella politica di oggi, il passato irrompe nel presente, talvolta con una risata, talvolta con un retrogusto amaro. Si ride dell'assurdità dell'inganno, non della donna che ne diventa vittima. È qui che lo sguardo femminile di Lia Celi acquista spessore: Desdemona non è ridotta a vittima predestinata, ma è una donna che non viene creduta. Anche questo parla del nostro presente. Accanto a lei c'è Emilia, moglie di Iago, che scopre l'inganno e sceglie di denunciarlo. Due figure diverse, dentro la stessa rete di menzogne. L'arpa di Monica Micheli, suonata dal vivo, accompagna il racconto con una sonorità limpida, evocando Verdi senza cercare di riprodurne la grandiosità orchestrale. La regia di Navone valorizza l'essenzialità dell'allestimento, affidando alla parola, alla musica e alla presenza dell'attrice il compito di tenere insieme comicità e tragedia. La forza dello spettacolo sta proprio nel rendere vicini, persino buffi, personaggi consegnati alla monumentalità, senza cancellare il buio della vicenda. Massironi tiene insieme sorriso e inquietudine e ci ricorda che la tragedia non nasce da un fazzoletto, ma dall'uso che un uomo fa della menzogna e dalla facilità con cui un altro decide di crederle. Si ride, si pensa, si gode di uno spettacolo adatto a tutti. Ieri sera c'erano anche ragazzi in sala e anche loro hanno apprezzato. Da vedere.
Fabia Caporizzi
