LE BACCANTI AL TEATRO OUT OFF
LE BACCANTI di Euripide che "precipitano" a contatto col reagente Marcido, Riscrittura e regia di Marco Isidori. Con Paolo Oricco, Marco Isidori, Ottavia Della Porta, Maria Luisa Abate, Valentina Battistone, Alessio Arbustini, Mattia Pirandello, Alessandro Bosticco - Assistente alla regia Mattia Pirandello - Scene e costumi Daniela Dal Cin - In scena fino al 25 ottobre. Visto il 21 ottobre. Recensione di Adelio Rigamonti.
LE BACCANTI
di Euripide che "precipitano" a contatto col reagente Marcido

UNO SPETTACOLO RITUALE CONTEMPORANEO
La compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, fondata nel 1985 da Marco Isidori e dalla scenografa Daniela Dal Cin, è tornata, dopo molti anni, a Milano in occasione del quarantennale della propria attività, presentando la riscrittura de Le Baccanti di Euripide. È la prima volta che assisto a un lavoro, e che lavoro!, della compagnia torinese, che, se mi sono informato bene, si è esibita a Milano sempre all'Out Off nel 2014 con Il Misantropo.
Appena si entra in sala si è subito sopraffatti dall'imponente scengrafia: un Vesuvio da drammatica cartolina/souvenir, che tra infuocati lapilli, erutta grappoli d'uva per introdurci subito nell'atmosfera dionisiaca. La scena del Vesuvio in eruzione, con gli acini d'uva da cui spuntano i volti degli interpreti, colloca lo spettacolo in un universo che mescola mito, cultura popolare e comicità. Nel prologo compare anche la musica mimata al pianoforte, con un riferimento a Ninì Tirabusciò, celebre figura del varietà partenopeo. Ho subito cercato di capire se questo sorta di avanspettacolo fosse soltanto un'introduzione ironica alla tragedia oppure se sarebbe divenuta la chiave dominante dell'intero spettacolo. Nel secondo caso ci sarebbe stato il rischio che la comicità e il gusto per il grottesco sarebbero riusciti a indebolire la dimensione tragica di Euripide. Questo non mi pare che sia accaduto anche perché mi sono subito lasciato sedurre dalla numerose pressioni sensoriali che mi giungevavo con forza dal palco.
Vedere Le Baccanti ripensate dai Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa significa fare i conti con uno spettacolo rituale contemporaneo, una successione di immagini, gesti e suoni che affonda le radici nella poetica del corpo e della resistenza fisica. La riscrittura e la regia di Marco Isidori scelgono la via di un teatro sensoriale estremo che ha la forza di sedurre e coinvolgere. Tra le tante ipnotiche sensazioni sottolinerei la scena di Daniela Dal Cin che impone una grande giostra-altalena che costringe i protagonisti a una continua e instabile negoziazione dello spazio. Sono i momenti in cui si gioca lo scontro frontale tra la razionalità di Penteo (interpretato con rigore da un'ottima Ottavia Della Porta) e l'ambiguità ipnotica del Dioniso di un monumentale Paolo Oricco, che domina per tutto lo spettacolo vestito di un bianco accecante con il contrastante rosso degli stivaletti a spillo.
Molto mi hanno colpito le enormi bocche spalancate che coprono i volti delle Baccanti trasformando il coro in una creatura mostruosa. Gli attori sembrano vedere il mondo attraverso l'organo della parola ma anche della divorazione e Marco Isidori divora Euripide per restituirci una moltitudine di ipnotiche sensorialità. Nei costumi di Daniela Dal Cin il volto umano scompare per lasciare spazio all'irruzione di Dioniso in grado di dissolvere i confini tra umano e bestiale.
Mi è sembrato che il vero cuore, non solo emotivo, dello spettacolo sia il Coro Marcido, che divora/frantuma la metrica classica per restituire un gioco ossessivo di sillabe, tra grida e falsetti. Scomparso ogni dettame accademico resta una drammaturgia sonora potente che impone allo spettatore di ascoltare fino in fondo. Fino al tragico ingresso di Agave (Valentina Battistone), il cui passaggio dal delirio dionisiaco alla spaventosa lucidità del dolore si congela in smorfie che tolgono il fiato.
Nella riscrittura di Marco Isidori il finale abbandona completamente Euripide: il lungo monologo di Dioniso, trasforma il dio vittorioso in una figura dolente, animalesca, quasi prigioniera della propria potenza. Paolo Oricco passa dal sarcasmo e dalla seduzione al lamento e al ruggito, mentre la scenografia sembra richiudersi su di lui ingabbiandolo, immobilizzandolo. Dioniso che ha distrutto chi non lo riconosceva è a sua volta imprigionato in un mondo incapace di accoglierlo. Nel finale, il dio trionfa nella sua indifferente crudeltà e il pubblico viene congedato senza alcuna assoluzione emotiva. È un teatro che non decora, ma, ponendo domande alle nostre coscienze, consegna allo spettatore un atto necessario di feroce e coinvolgente coerenza teatrale.
Da non perdere.
Adelio Rigamonti
