KAMIKAZE. SPERO VADA MEGLIO DELL'ULTIMA VOLTA AL CAMPO TEATRALE
Kamikaze Spero vada meglio dell'ultima volta di e con Giulio Santolini - dramaturgia Lorenza Guerrini. In scena al Campo Teatrale fino a domenica 25 - visto il 22 ottobre. Recensione di Fabia Caporizzi
KAMIKAZE. SPERO VADA MEGLIO DELL'ULTIMA VOLTA AL CAMPO TEATRALE

KAMIKAZE, LA VERTIGINE DEL PALCO
Entrando in scena come equilibristi su un filo, Giulio Santolini e Daniele Boccardi hanno timore di iniziare come di finire lo spettacolo. Come bravi clown funanboli accennano e provano entrate, inizi e conclusioni sull'orlo di una finta catastrofe annunciata. Sotto di loro non c'è una rete di protezione, ma il giudizio del pubblico, la paura di fallire, la voglia di osare. In Kamikaze giocano con tutto questo, ironizzano sull'ego dell'artista, sul bisogno di approvazione e sulle convenzioni del teatro contemporaneo. Mezzi ballerini e mezzi comici, dichiaratamente e orgogliosamente cringe, autoironici, a tratti grotteschi, riescono a trasformare la precarietà in spettacolo. Per settanta minuti fanno ridere e qualche volta riflettere, prima cercando un modo per cominciare, poi tentando disperatamente di trovare un'uscita significativa. All'inizio il palcoscenico è quasi vuoto: un microfono a sinistra, il banco del tecnico del suono e delle luci a destra. Una voce fuori campo introduce la difficoltà di trovare l'attacco giusto, mentre il tecnico finge di controllare l'attrezzatura e provare l'audio. Sembra il tempo morto prima della rappresentazione, ma lo spettacolo è dichiaratamente già cominciato. Si susseguono aperture possibili, false partenze, ripensamenti. Fin da subito gli spettatori diventano giudici, chiamati a misurare ciò che accade secondo una scala da uno a quattro, dal disastro alla standing ovation. È un modo divertente di mettere in piazza il terrore di ogni artista: esporsi e aspettare che qualcuno decida quanto vale. Nel mezzo succede di tutto, in scene apparentemente strutturate per dar spazio al giudizio. Balletti surreali, compleanni felici come il viso di Buster Keaton, oggetti appartenuti al passato distrutti in una sorta di catarsi freudiana.
Arrivano da altoparlanti luminosi le voci di un sedicente Cioran, che srotola pezzi volutamente mal riassunti da qualche sito che offe frasi a effetto, quella di un alieno impaziente, stanco di ricevere messaggi assurdi dalla terra, le citazioni in tedesco di Simone Weil e l'Arlecchino Tristano Martinelli, che lo rimproverano In fondo si filosofeggia davvero ma ridendo. La comicità si colora di assurdo, passa dalla danza al cabaret, dalle battute al disagio, come se ogni trovata servisse a smentire quella precedente. Passano dalle memorie del passato alle fatiche del presente fingendo autobiografie simil-tragiche e dunque esilaranti. I ricordi dell'infanzia si traducono nel recupero di quel balletto alle elementari in cui Giulio voleva fare il fiore invece dell'ape. Fra le invenzioni forse più efficaci c'è il burattino umano. Seduto in braccio a Boccardi, Santolini viene infatti mosso come un burattino, finché si agita, sclera, si alza, fugge, torna e uccide chi lo manovrava. Conquista a forza l'indipendenza ma poi resta senza voce. È un numero di precisione fisica e tempi comici, insieme grottesco e malinconico. In bocca al burattino vengono affidate tante scomode verità. Come da sempre in teatro. Le scene si susseguono sul palco e tra il pubblico, a tratti si ha l'impressione di essere a Zelig Off, davanti a due bravi interpreti in cerca di futuro. Santolini e Boccardi si divertono a smontare la figura dell'artista sicuro di sé, a rendere visibili l'imbarazzo, l'ambizione, il bisogno di piacere. Coinvolgono gli spettatori rendendoli personaggi, investendoli per un attimo, in platea, del ruolo di madre, ex-fidanzata o amico del protagonista, ne osservano le reazioni, interagiscono davvero adattando il loro copione a quello che nasce in sala. Il pubblico non è dunque soltanto destinatario delle battute: è lo specchio davanti al quale i due continuano a misurarsi, fingendo di sottrarsi al verdetto mentre lo sollecitano. Gli attori creano comunità, la cercano, la trovano. Se iniziare è complicato, finire sembra impossibile. I due inseguono una conclusione che abbia un senso, perfetto sarebbe forse il cupio dissolvi, la morte in scena, il desiderio di ogni artista: ecco allora la lettera scritta, come i kamikaze, alla madre prima di morire; la lettura è affidata alla spettatrice poi la pistola spara due volte, ma un epilogo così sarebbe troppo facile e tutto ricomincia. Il potere di chiudere viene infine affidato a una spettatrice, a cui si affida una pila in mano e il compito di decidere come e quando terminare lo spettacolo. La luce si spegne, ma il teatro offre ancora un ultimo scherzo. Entrano i finti tecnici a smontare la scena mentre Santolini suona un otamatone, uno strano strumento giapponese, che sembra un piccolo personaggio che canta deformando con sorprendente maestria l'Hallelujah di Leonard Cohen. Proprio quando dovrebbe calare il silenzio, ripartono le risate. L'inizio e la fine si richiamano: due soglie continuamente rimandate, due occasioni per sabotare la solennità della rappresentazione. Giulio Santolini, attore, coreografo e ballerino, e Daniele Boccardi, ottima spalla e sound e light designer nella finzione come nella realtà, dimostrano preparazione, intesa e una vena comica che si affida anche al corpo. Sotto l'apparente anarchia e leggerezza c'è una riflessione sul successo, sul fallimento e su quanto il giudizio altrui possa condizionare chi cerca una propria voce. La platea ride e approva; loro, impegnati a cercare la catastrofe, continuano a evitarla. Lo spettacolo è dunque da premiare? Il pubblico ha votato a favore. Il nuovo voto lo danno i futuri spettatori: da uno a quattro, dal disastro alla standing ovation. Da vedere e votare.
Fabia Caporizzi
