ESERCIZI DI STILE

03.05.2026

ESERCIZI DI STILE di Raymond Queneau  - versione italiana di Umberto Eco - regia Emanuela Pistone - con Francesco Foti, Emanuela Pistone, Agostino Zumbo - in scena fino al 5 maggio al Teatro Menotti - Visto  il 2 maggio - recensione di Fabia Caporizzi

da "Esercizi di stlle"
da "Esercizi di stlle"

Queneau in scena: il gioco del linguaggio

Un unico episodio, moltiplicato fino a diventare vertigine narrativa: è questo il cuore degli Esercizi di stile di Raymond Queneau, portati in teatro da Emanuela Pistone. Un classico del Novecento che, nel passaggio sul palco, si anima e si trasforma, conservando intatti l'impianto ludico e la precisione formale. L'intuizione è semplice solo in apparenza: raccontare la stessa vicenda attraverso una serie di variazioni stilistiche. Umberto Eco, che ne curò la prima traduzione italiana, parlava di un gioco regolato: comprenderne le regole, rispettarle, e poi rifarle vivere in un'altra lingua. Nella versione scenica le variazioni si condensano: dalle novantanove del testo si passa a quaranta quadri, in cui le lingue si moltiplicano, attraversando registri e dialetti, mentre la scena aggiunge ai segni scritti la concretezza dei corpi e delle voci. Pistone, insieme a Francesco Foti e Agostino Zumbo, costruisce uno spettacolo che assume i tratti di un varietà contemporaneo: una sequenza di numeri eterogenei, frammenti comici, inserti musicali, movimenti coreografici, deviazioni quasi illusionistiche, tenuti insieme da un principio profondo, quello della variazione. Quaranta passaggi scenici, ciascuno dei quali modifica tono, ritmo, postura e linguaggio. La parola viene smontata, ricomposta, spinta fino ai suoi limiti espressivi. L'origine di questo meccanismo risale al laboratorio dell'Oulipo, dove vincolo e libertà coincidono e la forma diventa generativa. In scena, questa tensione si traduce in una partitura precisa, sostenuta da interpreti capaci di attraversare registri diversi con controllo e leggerezza. La scenografia essenziale, una sorta di pagina bianca con lettere tridimensionali che diventano sedute, tavoli, pulpiti, l'uso misurato delle proiezioni e il sapiente disegno delle luci contribuiscono a rendere il dispositivo dinamico e coinvolgente. Anche il pubblico viene chiamato a partecipare. Ne emerge un gioco scenico brillante e sorprendente, in cui la parola diventa materia viva.

Fabia Caporizzi

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