DON CHISCIOTTE AL TEATRO LITTA
Don Chisciotte daMiguel de Cervantes - testo, regia e interpretazione Corrado d'Elia - scenografia Francesca Marsella e Chiara Salvucci. Visto al Litta il 20 ottobre. Recensione di Fabia Caporizzi.
DON CHISCIOTTE

DON CHISCIOTTE E L'ARTE DI VIVERE IL SOGNO
C'è una parentela segreta tra Don Chisciotte e coloro che scelgono di fare teatro: abitano un mondo che non coincide mai del tutto con quello reale, vedono spesso ciò che gli altri non vedono, hanno una sensibilità più potente, una volontà ostinata, e cercano pervicacemente di dare forma ai propri sogni e di affrontare i propri fantasmi. Sono idealisti, creatori di mondi utopici, vivono miraggi, fantasticherie, sono degli illusionisti e, qualche volta, degli illusi.
Corrado d'Elia questa parentela non si limita a raccontarla: la porta in scena, la attraversa, la riconosce come propria. Ed è qui che il suo Don Chisciotte, tornato al Teatro Litta di Milano, trova la sua ragione più profonda e la sua capacità di commuovere. Non tanto nella rievocazione delle avventure del cavaliere errante, quanto nell'incontro fra due uomini separati da quattro secoli e uniti dalla stessa irriducibile tenacia a credere nel possibile dell'impossibile. O forse nella realtà del possibile. Perché credere nella bellezza, cercarla ogni giorno in luoghi nuovi, nelle cose viste sotto una luce nuova, negli angoli più inattesi, è ciò che rende vivibile una vita che altrimenti sarebbe soltanto attesa. A Corrado d'Elia non interessa interpretare Don Chisciotte, ma evocarlo, lasciare allo spettatore la libertà di immaginarlo, di riconoscere nelle sue imprese qualcosa delle proprie illusioni. Il monologo riprende un lavoro già apprezzato anni fa, ora riportato in scena in una veste solo parzialmente diversa, nel quale l'attore e drammaturgo milanese rinuncia ancora all'incarnazione del cavaliere dalla figura lunga e stretta per avvicinarglisi attraverso la parola, la memoria e una narrazione che assume la forma di un diario intimo. Non un resoconto di avventure, ma un intreccio di pensieri, ricordi e riflessioni che accosta l'esistenza del personaggio letterario a quella di chi ha scelto il palcoscenico come luogo della propria vita. La scena è essenziale, quasi una stanza della mente. A sinistra, una lampada illumina una grande pila di libri disposti in una piramide irregolare; altri volumi sono sparsi, alcuni aperti, come se qualcuno avesse interrotto una lettura per inseguire un pensiero. In alto, sospesi nell'aria, alcuni fogli sembrano sottratti alla gravità: pagine di copioni, forse, oppure fogli ancora bianchi, in attesa di parole. Al centro di questo paesaggio fatto di carta e di storie, d'Elia siede su uno sgabello, davanti a un microfono. La voce diventa il luogo nel quale i personaggi prendono forma e le epoche finiscono per comunicare. Il racconto procede per associazioni, attraversando le vicende di Don Chisciotte e Sancho Panza e quelle delle compagnie teatrali viaggianti, degli attori, le esperienze e i pensieri dello stesso d'Elia e del suo compagno di teatro che come Sancho Panza lo sostiene nella sua avventura da sogno. Il romanzo di Cervantes diventa così un territorio interiore, dove ogni pagina apre una domanda sull'esistenza. D'Elia sostiene da solo la scena con una recitazione appassionata, capace di coinvolgere senza dover trasformare ogni parola in gesto. Resta seduto, la narrazione viaggia. La musica partecipa a questo itinerario e ne scandisce le tappe. Le note di Paolo Conte, in apertura, introducono in un universo dove la realtà sembra concedersi il lusso di qualche deviazione fantastica. Conte è del resto un grande evocatore di personaggi sospesi tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere, poi lungo tutto lo spettacolo altre note di autori diversi accompagnano il monologo e ne scandiscono i passaggi contribuendo a quella dimensione di incantesimo che attraversa tutta la narrazione. Don Chisciotte vede giganti dove ci sono mulini, castelli dove gli altri vedono locande, nobiltà dove sembra esserci soltanto miseria. La sua è una continua sconfitta agli occhi della ragione, ma anche una forma di irriducibile fedeltà a se stesso. E il mestiere dell'attore condivide qualcosa di questa postura: credere, almeno per il tempo di una rappresentazione, che una finzione possa essere verità. C'è poi un paradosso ancora più struggente nella vicenda del cavaliere. Don Chisciotte recupera la ragione soltanto alla fine, quando è ormai vicino alla morte. Torna a essere Alonso Quijano, riconosce le proprie illusioni. Diventa finalmente saggio, secondo il giudizio degli altri. Non è forse questo uno dei momenti più commoventi della letteratura? L'uomo che ha attraversato la vita inseguendo l'impossibile ritrova la lucidità proprio quando non gli resta più il tempo per vivere. Quella che sembrava follia era stata anche la sua maniera di resistere all'immobilità, di sottrarsi alla rinuncia: quella vita folle era forse la vera vita, quella più vivibile. Come forse è quella sul palco. Nell'ora di spettacolo, questa tensione fra disincanto e meraviglia attraversa il racconto. Il Don Chisciotte è anche una dichiarazione d'amore per un mestiere nel quale si costruiscono mondi destinati a scomparire alla fine di ogni rappresentazione, e tuttavia capaci di lasciare qualcosa in chi li ha attraversati. Ricorda che continuare a sognare, desiderare, immaginare, cercare la bellezza è forse il modo migliore di abitare il mondo.
Fabia Caporizzi
