AVANGARDE NOGRAVITY AL TEATRO MENOTTI
AVANTGARDE NoGravity Visto il 4 novembre al Teatro Menotti Recensione di Fabia Caporizzi
AVANTGARDE

AVANTGARDE, CORPI IN SCENA IN PROSPETTIVE ONIRICHE
Ci sono momenti in cui lo sguardo abdica alla ragione e accetta l'inverosimile come una possibilità del reale. Si spengono le luci, parte la musica e d'un tratto i corpi danzanti si sollevano, si sdoppiano, si dispongono lungo traiettorie che sembrano ignorare ogni legge fisica. Le figure si compongono e si dissolvono nello spazio scenico come sospese nel vuoto, le prospettive si rovesciano, l'alto e il basso smarriscono il proprio significato. Prima ancora di chiedersi come tutto questo sia possibile, ci si scopre piacevolmente prigionieri di una meraviglia unica, quella che appartiene al teatro. È forse questa la prima, folgorante impressione che genera AVANTGARDE, la performance con cui NoGravity, compagnia italiana fondata e diretta da Emiliano Pellisari, celebra vent'anni di ricerca scenica, riaffermando la forza di un'arte capace di rappresentare l'impossibile senza ricorrere agli artifici del digitale. Danza, illusionismo e arti figurative confluiscono in una scrittura che sovverte le coordinate dello spazio: le danzatrici sembrano galleggiare nell'aria, attraversare dimensioni inconciliabili, aggregarsi in architetture di corpi destinate a disfarsi un istante dopo. Il palcoscenico diventa un luogo nel quale la percezione è continuamente contraddetta e lo sguardo costretto a rinegoziare le proprie certezze. Non si tratta semplicemente di stupire attraverso l'inganno ottico, ma di trasformarlo in una forma espressiva capace di lasciare il segno. A incarnare questa poetica è un ensemble interamente femminile, guidato da Mariana Porceddu, principal dancer e coautrice delle coreografie con Pellisari. Le sei interpreti disegnano geometrie fantastiche, sostenute da una preparazione atletica e da una consapevolezza del gesto che consentono loro di attraversare il confine tra danza contemporanea e acrobazia senza perdere poesia e leggerezza. Ogni movimento obbedisce a una precisione quasi matematica, ogni postura trova senso nella relazione con le altre, ogni equilibrio è il risultato di una disciplina severa. Ma la fatica scompare dietro una naturalezza che nasconde il rigore della tecnica. I corpi si muovono in una partitura impeccabile, nella quale anche il gesto più ardito acquista la misura dell'armonia. Il Novecento delle avanguardie attraversa tutto lo spettacolo non come un catalogo di movimenti artistici, ma come un modo diverso di concepire il rapporto tra corpo e spazio. La figura umana si lascia assorbire da un disegno più vasto, nel quale il movimento genera forme, altera proporzioni, costruisce equilibri provvisori; la lezione del Futurismo, del Bauhaus e dell'arte astratta riaffiora così nella libertà di scomporre e ricomporre la realtà, affidando alla geometria e al gesto il compito di reinventarla. Non esiste una trama né una progressione narrativa alla quale affidarsi. È la successione delle immagini a generare un proprio ordine, una drammaturgia della percezione nella quale il significato non precede la forma, ma nasce dal suo continuo trasformarsi. Di particolare efficacia anche il tessuto musicale, che attraversa linguaggi ed epoche accostando repertorio classico, sperimentazione contemporanea ed elettronica. Le atmosfere rarefatte del Prélude à l'après-midi d'un faune di Debussy, ad esempio, sembrano assecondare la qualità sospesa di certe composizioni di corpi, poi, in un'altra scena, irrompe la pulsazione tellurica della Sagra della primavera di Stravinsky. Due universi sonori lontani, eppure accomunati dalla tensione verso una nuova sensibilità espressiva. Anche gli altri brani, compresi quelli contemporanei, non si limitano ad accompagnare l'azione: ne determinano il respiro, imprimono al movimento ora una qualità onirica, ora un'urgenza quasi primordiale, modificando la densità emotiva di ogni quadro. Le scene, i costumi e il disegno delle luci partecipano alla costruzione di un universo visivo che sottrae le figure alla gravità e, in alcuni momenti, restituisce la sensazione di essere immersi nelle profondità marine. Il buio diventa materia, inghiotte i confini, altera le distanze, concede ai corpi una libertà che la fisica sembrerebbe negare loro. Superato il primo incanto, si intuisce il principio che governa quelle apparizioni. Ma la comprensione non dissolve la meraviglia, anzi, rende ancora più evidente la raffinatezza dell'invenzione. Il teatro rivela ancora una volta la sua natura paradossale: sappiamo che ciò che vediamo non può accadere e tuttavia, per la durata della rappresentazione, accettiamo che accada. Novanta minuti che trascorrono con sorprendente rapidità salutati da un lungo applauso.
Fabia Caporizzi
