TRE STUDI PER UNA CROCEFISSIONE
TRE STUDI PER UNA CROCIFISSIONE di e con Danio Manfredini - Produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale - visto al Teatro Menotti il 27 gennaio - recensione di Fabia Caporizzi

UNO SPETTACOLO IMPERDIBILE
Ispirato all'opera pittorica di Francis Bacon, ma anche a Rainer Werner Fassbinder e a Bernard-Marie Koltès, lo spettacolo cult di Danio Manfredini. "Tre studi per una crocifissione" nato nel 1992 nei centri socilai milanesi è di nuovo in scena, per due sole repliche, al Teatro Menotti (27 e 28 gennaio). È uno spettacolo che tocca in profondo le corde dell'anima e interroga le nostre coscienze (la prima ieri è stata applauditissima) composto da tre storie che vedono protagonisti un paziente psichiatrico solo con i suoi fantasmi, un orfano che per amore accetta di cambiare sesso e un extracomunitario che si confronta con lo sradicamento dalla sua terra in un paesaggio metropolitano ostile e devastante. Tre quadri in cui Manfredini dipinge con maestria la solitudine e la sofferenza di quella parte dell'umanità che vive ai margini e racconta con note musicali, movenze e tempi perfetti (e persino un tocco di ironia) storie di diversità e di sconfitta. Attore, autore e regista con trent'anni di attività teatrale Manfredini ci fa sentire e rivivere i mondi dolenti di questa umanità piegata dalla sofferenza attraverso una narrazione fatta di visioni interne in cui si fanno palpabili i deliri e i sogni di queste vite spezzate. Il disagio e la sofferenza passano senza soluzione di continuità dal palco agli spettatori che non possono che assistere impotenti all'abbandono, al degrado, al tormento alla solitudine e alla pena infinita di queste anime straziate. Il primo monologo ritrae un paziente in un androne psichiatrico che vaga tra sedie vuote abitate solamente dai suoi fantasmi ed è il frutto dell'esperienza dell'autore con i folli nei centri in cui ha operato attraverso l'arte e la pittura: il personaggio alterna a deliri e ossessioni anche rimandi letterari e l'incipit è proprio la citazione di alcuni potenti versi della Divina Commedia.
Il secondo, ispirato a Elvira, un personaggio di Un anno con tredici lune di Fassbinder, ci immerge nel vissuto tragico di un transessuale allo stremo delle forze, che racconta la sua tragica una vita segnata da abbandoni, separazioni, maltrattamenti , assenze e profonda solitudine.
Il terzo martirio esistenziale tratto dal monologo di Bernard-Marie Koltès La notte poco prima della foresta, mette in scena un emigrato, esausto per il suo vagabondare, alla ricerca di qualcuno a cui raccontare la rabbia, le difficoltà nell'integrazione le frustrazioni e la condanna a un'eterna fuga anche attraverso un movimento scenico di danza quasi tribale sulle note della musica classica.
Lo spettacolo coinvolge e sconvolge. L'intensità emotiva è aspra e cupa a parte qualche nota ironica del primo quadro che fa incredibilmente ridere di gusto qualcuno nel pubblico. Come nel trittico di Bacon che ha ispirato l'opera qui si esplora la condizione moderna attraverso figure distorte e tragiche che ci restituiscono visceralmente il pathos delle tragedie. Manfredini non lascia mai il palco e mette in atto i cambi di scena in un angolo svestendo i panni del primo personaggio ed entrando negli altri in modo quasi magico e ipnotico grazie a sapienti movenze lente e anche all'abile uso delle luci. Ottima anche la regia.
Fabia Caporizzi
