POVERI CRISTI
POVERI CRISTI di e con Ascanio Celestini accompagnato dalla musica dal vivo di Gianluca Casadei al Teatro Carcano fino al 18 gennaio - Visto il 16 gennaio e recensito da Adelio Rgamonti.

CELESTINI ESPONE UNA COSTELLAZIONE DI VITE MARGINALI
"Poveri cristi" di Ascanio Celestini è uno spettacolo che si regge su una materia apparentemente povera e in realtà densissima: la parola. Una parola che non descrive il mondo ma attraverso la quale Celestini lo convoca facendolo affiorare per "scarti minimi".
Il testo è costruito come una costellazione di vite marginali, figure ai bordi della Storia che non chiedono riscatto né indulgenza. Celestini non scrive "di" poveri cristi: scrive con loro, adottandone il ritmo mentale, le ossessioni, le ripetizioni. Il linguaggio è elementare solo in superficie; sotto scorre una sapienza antica del racconto orale, dove ogni frase sembra poter essere l'ultima e invece rilancia e ritorna. Non c'è trama nel senso tradizionale, ma una continua variazione sul tema della sopravvivenza, dell'essere vivi "nonostante".
È un testo che non concede nulla al sentimentalismo.
Celestini conferma una cifra ormai riconoscibile ma tutt'altro che di maniera. Sta in scena come se ci fosse da sempre, con una presenza che non ha bisogno di imporsi. La voce è il vero strumento drammaturgico: piana, controllata, capace di passare dall'ironia secca a un'improvvisa gravità senza segnali esteriori. Celestini non "interpreta" i personaggi, li lascia passare attraverso di sé. È un attore-raccontatore che rinuncia a ogni virtuosismo per ottenere qualcosa di più raro: la fiducia dell'ascolto. Quando tace, il silenzio non è pausa ma prosecuzione del discorso.
La scenografia, uno spazio neutro, è ridotta all'essenziale, quasi dimessa. Non illustra, non commenta, non consola. È uno spazio che viene riempito dalla parola e dall'immaginazione dello spettatore. In questo vuoto controllato c'è una precisa scelta etica prima ancora che estetica: non rubare attenzione alle storie con scorciatoie visive. La scena non rappresenta la povertà, la pratica.
La musica di Gianluca Casadei, quando presente, è discreta, laterale, mai emotiva in senso facile. Non sottolinea i passaggi chiave, non suggerisce al pubblico cosa provare: al contrario, apre una sorta di spazio di risonanza, lasciando allo spettatore il compito e la responsabilità di sentire.
In definitiva, "Poveri cristi" è uno spettacolo che non cerca consenso ma attenzione. Non alza la voce, non semplifica, non assolve. È teatro povero solo per chi confonde la povertà con la mancanza. Qui manca il superfluo, e proprio per questo resta addosso a lungo, come una storia sentita, avvertita casualmente e che non si riesce più a dimenticare.
Il guaio di questi riusciti e splendidi spettacoli è la durata misera (solo tre repliche, prima compresa) che non permette né il passa parola né l'efficacia delle recensioni.
Adelio Rigamonti
