MORTE ACCIDENTALE DI UN ANARCHICO
"Morte accidentale di un anarchico" di Dario Fo e Franca Rame - regia Giorgio Gallione - al Teatro Carcano fino al 22 febbraio - visto il 18 febbraio - recensione di Adelio Rigamonti

PER SCONFIGGERE L'INDIFFERENZA DEI POTENTI TRACOTANTI VERSO LA SATIRA
Ci sono testi che invecchiano. E poi ci sono testi che restano in agguato. Morte accidentale di un anarchico appartiene alla seconda specie.
Al Teatro Carcano non si assiste a una ripresa di repertorio ma a una riattivazione critica. La regia di Giorgio Gallione sceglie la via della precisione. Nessuna musealizzazione militante, qualche attualizzazione non disturbante. Gallione lavora sul ritmo, sul contrappunto, sulla partitura verbale. Il risultato è uno spettacolo che non alza la voce, ma non arretra di un millimetro.
Al centro, nel ruolo del Matto, l'ottimo Lodo Guenzi costruisce una figura scattante, nervosa, ironica senza compiacimento. Il suo Matto non è l'istrione travolgente di tradizione, ma un sabotatore linguistico: entra nei discorsi altrui, li dilata, li torce, li restituisce deformati. In confronto a Dario Fo è meno giullare medievale, ma più analista feroce.
Accanto a lui, i funzionari della questura sono disegnati con misura e interpretati con generosa partecipazione da Alessandro Federico (che lavora su un'autorità che si sgretola progressivamente), Matteo Gatta, Eleonora Giovanardi e Roberto Rustioni. Desidero sottolineare la presenza importante di Marco Ripoldi (Brigadiere) che dosa tempi comici e goffaggine con precisione quasi matematica. Ed è qui l'intelligenza dell'operazione: il potere non è mostruoso, è ordinario.
La scenografia riproduce un ufficio di questura essenziale, quasi anonimo. Scrivanie metalliche, faldoni: uno spazio amministrativo più che teatrale. Proprio questa asciuttezza diventa cifra stilistica. Il luogo è un contenitore di versioni ufficiali in un assai riuscito toboga tra prove, controprove, smentite.
Il confronto con Fo è inevitabile. Fo era un corpo politico in scena: travolgente, fisico, incendiario. La sua era una satira che sfondava la quarta parete, chiamava in causa direttamente il pubblico, faceva della piazza un'estensione del palco. Qui la si cambia. Se Fo gridava l'urgenza, Gallione la incide. Se Fo scardinava con furia, questa regia smonta con pazienza. Ma il nucleo resta identico: la costruzione della verità come narrazione manipolabile.
A mio parere c'è un punto, però, che oggi risuona con particolare forza: l'indifferenza del potere verso la satira. Negli anni Settanta la satira feriva, provocava reazioni, scandali, censure. Oggi il potere sembra aver sviluppato una pelle più spessa, di certo più cinica e tracotante. Non combatte la satira: la lascia evaporare.
In sala le risate non sono evasione ma riconoscimento. Il pubblico ride e, subito dopo, si ricompone. Perché la questione non è solo storica. Non riguarda soltanto una "caduta" del 1969. Riguarda il meccanismo con cui ogni istituzione difende sé stessa attraverso il linguaggio. La forza dello spettacolo sta proprio qui: nel ricordarci che la satira non serve a cambiare il potere, ma a impedirgli di diventare invisibile.
Al termine, gli applausi sono lunghi, compatti. Non celebrano una nostalgia. Ricordano una ferita che, evidentemente, non si è per nulla chiusa.
Adelio Rigamonti
