MIRACOLO A MILANO
"Miracolo a Milano" tratto dall'omomimo film di De Sica e Zavattini, in scena al Piccolo fino al 2 aprile per la regia di Claudio Longhi con Lino Guanciale e Giulia Lazzarini, riproposto il 4 e il 5 aprile da RAI 5, visto e recensito da Adelio Rigamonti.

MILANO: UN ATTO D'AMORE CIVILE
Una Milano che non smette di sognare, anche quando la nebbia si fa più fitta: così appare il "Miracolo a Milano" del Piccolo Teatro riproposto da Rai 5, nella visione registica di Claudio Longhi. Uno spettacolo che accende la memoria e, insieme, la rinnova, trasformando il capolavoro cinematografico in un affresco teatrale vibrante, tenero, politicamente vivo.
Longhi non si limita a tradurre la poesia del film in palcoscenico: la attraversa, la interroga, la piega all'oggi. Dove il cinema affidava alla magia fotografica il compito di sospendere il reale, il teatro qui costruisce una dimensione più scoperta, quasi artigianale, che proprio per questo diventa più struggente. La baraccopoli non è più soltanto un luogo fiabesco: è un margine urbano riconoscibile, fatto di precarietà, di solitudini contemporanee, di volti che potrebbero essere incontrati ogni giorno nelle periferie della città amata.
In questo contesto si staglia l'interpretazione luminosa di Guanciale, un Totò candido ma non ingenuo, capace di tenere insieme ironia e malinconia, leggerezza e coscienza. Il suo sorriso non è evasione: è resistenza. Accanto a lui, Lazzarini costruisce figure di rara umanità, scolpite con misura, mai caricaturali, restituendo al coro dei diseredati una dignità che commuove senza indulgere nel patetico.
Le differenze con il film diventano così terreno fertile per l'attualizzazione. Longhi insiste sulla dimensione collettiva: meno favola, più comunità. I poveri non sono solo simboli, ma individui concreti, ciascuno con un frammento di storia. Anche l'umorismo assume un tono più agrodolce, come se il miracolo fosse sempre in bilico tra desiderio e disincanto.
E poi le scene esemplari. Quella degli ombrelli è un piccolo prodigio teatrale: il gesto semplice, quasi infantile, diventa coreografia poetica, un volo senza effetti speciali, affidato alla fantasia dello spettatore. Si ride, ma subito dopo si avverte il brivido della nostalgia, come se quel volo fosse l'ultimo spazio di libertà possibile.
Il finale, infine, è un omaggio dichiarato ai diseredati di una Milano profondamente amata. Non un'evasione consolatoria, ma una partenza sospesa, fragile, che lascia dietro di sé una domanda: il miracolo può ancora accadere? La scena si svuota lentamente, e ciò che resta è una città che continua a pulsare, severa e generosa, capace di accogliere e di dimenticare.
In questa lettura, "Miracolo a Milano" diventa un atto d'amore civile. Longhi e gli interpreti restituiscono al testo la sua anima più autentica: quella di un canto per gli ultimi, per chi abita i margini e tuttavia continua a credere nella possibilità di un domani diverso. Una poesia teatrale che commuove e illumina, come una luce improvvisa nella nebbia lombarda.
Grazie Piccolo, grazie Rai5
Adelio Rigamonti
