IN PRINCIPIO ERA LA NEVE

03.02.2026

IN PRINCIPIO ERA LA NEVE - PRIMA NAZIONALE di e con Gianfelice Facchetti - musiche dal vivo Raffaele Kohler e Luciano Macchia - in scena al Teatro della Cooperativa fino all'8 febbraio - visto il 30 gennaio - recensione di Adelio Rigamonti

Gianfelice Facchetti
Gianfelice Facchetti

In principio era la neve, visto al Teatro della Cooperativa il 30 gennaio, non è uno spettacolo che nasce dal nulla. Nasce da una scelta precisa, rivendicata anche dal più recente dei comunicati stampa: fare teatro significa prendere parola sul presente, chiamare le cose con il loro nome, accettare il conflitto invece di addomesticarlo.

Mio nonno diceva che la neve purifica, ora per lo più, nelle grandi città, sporca. Io comunque attendo i grandi nevicari lombardi di un tempo e mi sta dentro tutto quello grandioso di quarant'anni fa.

Trattando dello spettacolo occorre subito dire che la neve del titolo non è una metafora elegante. È materia politica. È ciò che copre e ciò che conserva, ciò che rallenta e costringe a guardare. Dentro quella neve Facchetti fa affiorare immagini che non cercano consenso: bambini che hanno fame, bambini uccisi, con un riferimento esplicito a Gaza; donne uccise, corpi violati, femminicidi che non sono emergenze ma struttura; e poi lo stupro della natura, un pianeta trattato come corpo disponibile, sfruttabile, sacrificabile.

Il tutto inizia con un comicamente irresistiblie prologo attorno a un sondaggio farlocco che si sarebbe svolto a Numana interrogando i numani sull'inumazione: un irresistibile gioco di parole. Questi giochi di parole si ripetono, anche se per flash, per tutto lo spettacolo, schiacciando forse un po' troppo l'occhio al mondo e al fare di Bergonzoni.

Ma ciò che deve importare è la bravura di Facchetti che non costruisce una narrazione ordinata, ma lascia che questi temi entrino in scena come entrano nella nostra vita quotidiana: in modo frammentario, irrisolto, spesso insopportabile. 

Accanto alla parola, decisiva è la presenza dei musicisti in scena: Raffaele Kohler alla tromba e Luciano Macchia alla fisarmonica. La tromba squarcia il silenzio come un segnale d'allarme, richiama alla realtà, impedisce la rimozione; la fisarmonica respira con la scena, restituisce un tempo umano, fragile, che rischia continuamente di spezzarsi. La musica è parte attiva del discorso politico dello spettacolo.

Le scenografie realizzate dagli allievi dell'Accademia di Brera rifiutano ogni estetizzazione del dolore, sono sobrie e al contempo potenti.

In principio era la neve parla di origine e di fine, ma soprattutto di responsabilità. Parla di guerre che uccidono i bambini, di violenze che continuano a colpire le donne, di una natura violentata con la stessa logica di dominio. E lo fa senza alzare la voce, perché la radicalità vera sta nella chiarezza, non nel volume.

Si esce dal teatro senza morale e senza consolazione. Ma con una domanda che resta addosso:  quando il silenzio tornerà a fare rumore?

Adelio Rigamonti