A volo d'angelo

15.01.2026

"A volo d'angelo" scritto e diretto da Federica Contini - Con Michelangelo Canzi - visto il 14 gennaio al Teatro della Cooperativa - recnsione di Adelio Rigamonti

Michelangelo Canzi
Michelangelo Canzi

Nota del recensore: mi sono recato al Teatro della Coperativa pensando di ritrovare brandelli di memoria della "mia" Mostar vissuta come cooperatore di pace, a guerra conclusa (?), occupandomi di cultura e di cooperative agricole per ARCS e ARCI Milano. Ho trovato poco o nulla di quella Mostar, spero di essere stato ugualmente corretto, altrimenti scusate, ma alcuni ricordi pesano come macigni e mi è stato difficile rimuoverli anche dopo aver conversato con l'autrice e regista la cordiale Fedrica Contini, con la quale spero di incontrarmi presto. (a.r.)

Il ponte vecchio di Mostar
Il ponte vecchio di Mostar

MOSTAR... UN'ALTRA

"A volo d'angelo" colpisce per l'energia scenica e la potenza interpretativa di Michelangelo Canzi, ma il testo di Federica Contini rivela alcune ambiguità irrisolte, soprattutto se osservato dalla prospettiva di chi Mostar non l'ha attraversata come luogo vissuto, bensì come destinazione di passaggio, a guerra conclusa e trauma ormai stratificato.

Il cuore drammaturgico dello spettacolo si fonda su uno sguardo dichiaratamente "altro": quello di un osservatore che arriva dopo, quando la guerra è già storia, ma le sue ferite sono ancora visibili come segni scenografici. È uno sguardo curioso, empatico, spesso sincero, ma anche inevitabilmente esterno. Ed è proprio qui che il testo mostra il suo limite principale: la guerra dei Balcani viene filtrata attraverso una narrazione che rischia di trasformare la memoria in racconto, e il racconto in esperienza consumabile.

Il personaggio del "Crazy Bosnian guy" funziona teatralmente, ma porta con sé una semplificazione pericolosa: la voce del luogo non è davvero la sua, bensì una costruzione narrativa pensata per lo spettatore occidentale, che può permettersi di commuoversi, indignarsi, riflettere, per poi tornare a casa e magari (spero) aver voglia di conoscere. Il dolore diventa così mediato da ironia, ritmo, aneddoto, perdendo in parte la sua necessità.

Il testo sembra muoversi su una linea sottile tra denuncia e fascinazione. Il ponte di Mostar, simbolo potentissimo, viene caricato di significati che funzionano teatralmente ma che, visti da vicino, rischiano di estetizzare il trauma. Il "volo" diventa metafora, immagine forte, quasi poetica, ma si allontana dalla concretezza quotidiana di una città che, ancora oggi, vive divisioni etniche, economiche e sociali mai davvero risolte.

Il problema non è tanto cosa venga raccontato, quanto da dove. Scrivere di Mostar trent'anni dopo la guerra e venti dopo una ricostruzione iintrapresa con molte difficoltà significa assumersi una responsabilità che il testo solo in parte si prende: quella di riconoscere che lo sguardo del turista, per quanto attento e rispettoso, resta uno sguardo privilegiato, temporaneo, che può permettersi di "andarsene".

La regia accompagna e protegge il testo, evitando il didascalico, ma non riesce a colmare questa distanza originaria. Ne risulta uno spettacolo efficace, coinvolgente, spesso emozionante, ma che lascia il sospetto di una memoria raccontata più che condivisa, osservata più che abitata.

Adelio Rigamonti