Considerazioni

È il tempo di smettere di guardare e cominciare a sentire

2 gennaio 2026 

Il 2026 arriva a teatro senza bussare. Entra. Si siede in platea mentre ancora stiamo applaudendo il finale di stagione precedente, e ci guarda con quell'aria un po' severa che hanno i tempi di passaggio. Non chiede novità, non invoca rivoluzioni. Pretende attenzione. Pretende presenza.

Per troppo tempo abbiamo guardato. Guardato spettacoli, linguaggi, emer-genze, numeri. Guardato il teatro come si guarda una vetrina illuminata: con interesse, a volte con desiderio, spesso con distrazione. Il 2026, invece, sembra dirci che non basta più. È il tempo di smettere di guardare e cominciare a sentire.

Sentire non è un gesto sentimentale. È un atto politico, prima ancora che estetico. Sentire significa accettare che il teatro non sia solo ciò che accade sul palco, ma ciò che vibra nello spazio tra il palco e chi ascolta. Significa riconoscere che lo spettacolo non finisce con il buio in sala, ma continua nel corpo, nel pensiero, nel disagio che ci portiamo a casa.

Il teatro del 2026, quello che conta, non alza la voce, non cerca l'effetto, non rincorre l'attualità come un titolo di cronaca. Lavora in profondità. Scava. A volte fallisce, a volte inciampa, ma non bluffa. È un teatro che accetta il rischio di non piacere pur di essere necessario.

Si vedono sempre meno "spettacoli-evento" e sempre più percorsi. Meno urgenza di stupire, più ostinazione nel costruire. Regie che si fanno porose, drammaturgie che respirano, attori che smettono di dimostrare e cominciano ad abitare. Il pubblico non è più un bersaglio, ma una presenza da rispettare. Non da convincere, ma da coinvolgere.

E anche chi guarda – anzi, chi sente – è chiamato a una responsabilità nuova. Non si tratta di capire tutto, né di uscire rassicurati. Si tratta di esserci davvero. Di concedere tempo, silenzio, attenzione. In un'epoca che consuma immagini a velocità industriale, il teatro del 2026 chiede lentezza. E la lentezza, oggi, è un gesto radicale.

Teatrando Milano, da sempre attento ai margini prima che diventino centro, osserva questo passaggio senza nostalgia e senza trionfalismi. Perché il teatro non è mai "salvo", ma è vivo. E ciò che è vivo non si contempla: si ascolta, si attraversa, si sente.

Il 2026 non promette risposte. Promette domande meglio poste. E forse basta questo, oggi, per tornare a teatro non come spettatori, ma come esseri umani disponibili a farsi toccare.

Per teatrandomilano,it

Adelio Rigamonti