RECENSIONE/TEATRO MENOTTI (a)

01.03.2022

Recensione de L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA da Pirandello, visto il 26 febbraio, a cura di Adelio Rigamonti

 UN PIRANDELLO SCOMPOSTO NECESSARIO

Devo ammettere che mi ero recato al Teatro Menotti con dubbi e pesanti preconcetti per l'allestimento da L'uomo dal fiore in bocca da, come mai in questo caso, Luigi Pirandello. Come mio modo d'operare non leggo mai recensioni d'altri prima di assistere a uno spettacolo e, dopo aver visto il tutto capitato in tempi più o meno recenti al gran testo di Pirandello, mi ero recato con diffidenza a vedere questo nuovo allestimento. Il lavoro di Francesco Zecca è intensamente pirandelliano pur essendo assai distante dall'originale.

Un'intuizione originale e senza dubbio intelligente, pur rimanendo il ragionar di e sulla morte al centro di tutto, è ciò che di estremamente interessante ci propone Francesco Zecca, col suo adattamento e la sua regia: sparisce la stazione, sostituita da un cimitero e soprattutto scompaiono i due protagonisti maschili dell'originale. In questa acuta rilettura prende sostanza, e che sostanza!, l'ombra della donna che nell'originale spia/sorveglia da dietro i cantoni il marito malato, l'uomo dal fiore in bocca.

Nello spettacolo di Zecca il pubblico si trova a presenziare a una contrapposizione serrata tra la donna sofferente che accudisce alla tomba del marito e quest'ultimo cancellato, annullato da un terribile fiore in bocca. Il testo originale di Pirandello è presente e ricorrente e pur essendo scomposto, per usare un termine di moda nella cucina d'oggi, mantiene intatti i suoi sapori, che se possibile vengono ancor più rafforzati dal doloroso ricordo squassante della donna, per nulla consolatorio neppure inoltrandosi nelle memorie del quotidiano vissuto. Tra riproposizioni perfette del testo scomposto di Pirandello emergono sospirati lamenti, frasi mozzate e tutto si compone in un nuovo spettacolo ad alta intensità, in cui nulla giunge fuori luogo come la canzone di Luigi Tenco Vedrai, vedrai.

La donna, che più volte sottolinea il suo ruolo di sorvegliante e non di spia, diafana, vestita di nero e immersa nel nero della scena dove tre specchi riflettono da ogni lato donna e fossa in cui è sepolto l'uomo dal fiore in bocca, è interpretata da una convincente e perfetta Lucrezia Lante della Rovere. Una magnifica interprete che riesce a trasformare la realtà cruda della morte in illusione di un continuato, ininterrotto rapporto.

Uno spettacolo che ci restituisce, in questa rilettura rivoluzionaria, un Pirandello autentico così distante da altre messe in scena nelle quali si è cercato di allungare il brodo con inserimenti d'altri testi, non solo pirandelliani, oppure si sono cercate soluzioni estetizzanti da post avanguardia, senza accorgersi che il discutere della e sulla morte può essere assoluto nel semplice porre fili d'erba su una tomba. Da vedere, anche se le regole imposte dal Covid (programmazioni ridotte e veloci) hanno allontanato da Milano questo prezioso necessario lavoro.

Adelio Rigamonti