RECENSIONE/TEATRO LITTA (a)

27.02.2022

Recensione de L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA, regia di Antonio Syxty, visto il 19 febbraio, a cura di Adelio Rigamonti

VIA LA BUVETTE: ECCO CHRISTO COI SUOI PACCHI

L'uomo dal fiore in bocca visto al Litta messo in scena da Antonio Syxty è frutto di una rilettura, che pur mantenendo con scrupolo il testo, si discosta di molto dalle indicazioni scenografiche e di quelle sulla gestione degli attori di Pirandello stesso. L'autore siciliano scrisse, quasi su commissione, questo atto breve traendolo da una sua novella precedente dal titolo "Caffè notturno" e poi riproposta col titolo "La morte addosso".

Allo spegnersi delle luci in sala, a sipario chiuso, un fischio di locomotiva fa immaginare un ritorno al vecchio bar di stazione dell'originale pirandelliano: nulla di tutto ciò.

Sul sipario chiuso e naturalmente grinzoso, come sa esserlo il sipario del glorioso e magnifico piccolo teatro di corso Magenta, vengono proiettati alcuni spezzoni di una vecchia ripresa televisiva dei Sei personaggi in cerca d'autore della gloriosa Compagnia dei Giovani con la Falk e Romolo Valli. Oltre alle grinze del sipario, il filmato vintage, è ulteriormente ammalorato da un'audio disturbato e disturbante. Di questo prologo, che sconfinando nel surreale è forse un voler ricordare allo spettatore la poetica pirandelliana, non ho compreso né utilità, né urgenza.

All'aprirsi del sipario la buvette della stazione è stata trasformata in una sorta galleria d'arte. Sul fondo tre tele, a dire il vero intricanti e appaganti, benché periferiche al contesto drammaturgico, opera del pittore

Guido Buganza. Al centro due strutture di sedie impilate e impacchettate alla Christo. A chiudere la galleria d'arte un tondo in cui vengono proiettate, per tutto lo spettacolo, immagini in bianco-nero: immagini che si potrebbero scorgere dal finestrino di un treno, mixate a volti di donne e uomini, quest'ultimi dai volti segnati dal dolore. Personalmente la continua proposizione di immagini mi ha disturbato e distratto dal gran testo.

Il testo, che come detto è mantenuto fedelmente all'originale, è tuttavia fatto recitare in continuo movimento da entrambi gli attori, che spesso scompaiono dietro le ingombranti strutture alla Christo. Il trasformare l'uomo dal fiore in bocca in una sorta di viaggiatore all'interno del proprio io è una felice intuizione che forse Syxty avrebbe dovuto portare a termine con maggiore coraggio e non lasciarla in abbozzo all'interno di una scena spiazzante e forse ricca di simboli non facilmente decodificabili.

Francesco Paolo Cosenza e Nicholas De Alcubierre (rispettivamente l'uomo dal fiore in bocca, e l'uomo che ha perso il treno) sono bravi, ma forse lasciati a sé stessi. Uno spettacolo in cui manca il coraggio di portare avanti appena accarezzate felici intuizioni e basato su allestimenti post avanguardia che poco aiutano ad esaltare il superbo testo pirandelliano.

Adelio Rigamonti