RECENSIONE/TEATRO FONTANA

18.02.2022

Recensione de LA GRANDE ABBUFFATA per la regia di Michele Sinisi visto l'11 febbraio, a cura di Adelio Rigamonti

L'UOMO PER IMPOSSESSARSI DELL'OGGI TROVA RIFUGIO IN UN'ESISTENZA SOLO FISIOLOGICA

Per un'opera come La grande abbuffata di Michele Sinisi, vista al Fontana, occorrono, a costo di giungere fuori tempo massimo, giorni di decantazione per fornire una recensione credibile e soprattutto per assorbire del tutto il doloroso colpo allo stomaco che è assai facile accusare assistendo allo spettacolo. È subito opportuno sottolineare come l'operazione di Sinisi non sia volutamente un remake del film di Ferreri del 1973, piuttosto nichiliste visioni del mondo vecchie di cinquant'anni condotte all'oggi in modi, se possibile, ancora più spietati e nichilisti.

Una sgangherata e arrugginita Lambretta è il mezzo per traghettare lo spettacolo e il pubblico all'oggi dentro i guasti di una società ancor di più ammalorata dalla pandemia che tutti ha sconvolto e depresso. Cogliendo lo spirito trasgressivo che ha caratterizzato il 1968, la Piaggio creò una delle campagne pubblicitarie italiane più famose in assoluto: "Chi Vespa mangia le mele"; tale slogan è più volte ripetuto e quelle "mele" riconducono, a parer mio, alle peccaminose mele bibliche. In verità nello spettacolo tutto gira attorno al concetto del peccato del quale l'uomo d'oggi è soprattutto fagocitato da un'abbuffata priva di qualsiasi forma di discrimine di informazioni, prodotti, opinioni, fatti, tutto corrotto dal virtuale.

Sinisi con Asselta riscrive la sceneggiatura ferreriana in modo sovrabbondante e debordante che ha per scopo, forse, quello di dimostrare che l'uomo odierno può rimpossessarsi dell'oggi solo trovando rifugio in un'esistenza puramente fisiologica. Sovrabbondante mi è parsa anche, contrariamente a quanto asserito dallo stesso regista, la scenografia di Federico Biancalani. Scenografia che ancora maggiormente sottolinea come tutto lo spettacolo possa essere considerato una sorta di specchio della verità all'insegna dell'eccesso. Un eccesso che Sinisi non limita al cibo (si mangia poco in scena) e al sesso (un sesso spento che invano tre prostitute cercano di rendere vivo), ma presenta un'abbuffata di tutto il mondo intero con media, social e spot come infidi guastatori.

La regia di Sinisi, a parte eccessive lungaggini e ossessive ripetizioni, è innovativa e interessante soprattutto sulla gestione degli attori. In ciò è aiutato da otto magnifici interpreti. Convince, come ci ha abituato da tempo, Ninni Bruschetta che si ritaglia ragguardevoli cammei recitativi. Accanto a lui Stefano Braschi, Gianni D'Addario, Donato Paternoster sono perfetti per tempi e soprattutto per presenza in carne, sangue e abbrutimento. Francesca Gabucci, che interpreta il personaggio della maestrina che nel film fu interpretato da Andréa Ferréol, è efficace soprattutto quando, riaccompagnati a casa i bambini, ritorna nel luogo della macabra festa. Sara Drago, Marisa Grimaldi, Stefania Medri sono tre scatenate prostitute, con suggestioni postmoderne, avvilite dalla constatazione di un sesso privo di gioia edonista. Brave.

Spettacolo crudo, difficile da digerire, un pugno nello stomaco ma che ben rappresenta il disfacimento della società contemporanea. Per stomaci forti, da vedere.

Adelio Rigamonti