RECENSIONE/TEATRO FONTANA

23.01.2022

Recensione de Le rane da Aristofane, progetto e regia di Marco Cacciola, visto il 21 gennaio, a cura di Adelio Rigamonti

ARISTOFANE? ALLONTANATO!

Credo che uno dei capolavori di Aristofane Le rane affascini per poi respingerli i registi che vogliono oggi portarlo in scena magari ricorrendo all'escamotage di collocare la commedia greca nella contemporaneità.

Di certo è stata presto dimenticata la versione assai discussa, sia pure per alcuni versi assolutamente geniale, di Luca Ronconi. Stessa sorte toccherà alla rilettura proposta da Marco Cacciola attualmente in scena al Teatro Fontana.

Ero stato convinto a vedere lo spettacolo dal comunicato stampa che illustrava il gran lavoro preparatorio indirizzato, oltre che alla messa in scena, al coinvolgimento attivo del territorio e degli ambienti studenteschi, non solo universitari. Un intento sicuramente coraggioso e soprattutto necessario in questo particolare momento in cui teatro e cultura sono stati martoriati dagli effetti disastrosi della pandemia. Mi attendevo un'intensa operazione meta teatrale. Purtroppo le mie attese sono andate in parte deluse.

Il prologo ci proietta nel linguaggio basso dell'oggi in un'esaltazione della scoreggia che, nonostante susciti le risate di un pubblico visibilmente amico seduto nelle prime file del teatro, non ha nessuna funzione drammaturgica se non quella di ricordare ai vecchi come me certo avanspettacolo per militari in libera uscita, quando il servizio di leva era obbligatorio.

Poi si passa a una rilettura della prima parte aristofanesca: Dionisio (Claudia Marsicano) e il suo servo Xantia (Matteo Ippolito, di buon talento) che cercano di raggiungere l'Ade per liberare Euripide. L'idea della contaminazione deve avere conquistato il regista che ci mette un po' di tutto e trasforma in siparietto musicall il famoso coro delle rane "brekekekex koax koax". Spesso vi sono tagli, o meglio salti, che rendono difficile la comprensione: poco sottolineato, ad esempio, il motivo del cambio di Dionisio in Eracle.

Una volta che Aristofane, mediato da Cacciola, fa giungere i due protagonisti nell'Ade, tutto si confonde, si perde il dibattito sulla cultura e la critica alla società e si entra nella contemporaneità...

Il coro prende possesso del palco e dopo una breve, a dire il vero interessante e lirica, introduzione si entra completamente nella visione della contemporaneità visionaria e, sia pure scenograficamente, suggestiva di Cacciola.

Allontanato Aristofane si procede per simboli, musica e silenzi recitativi. Video che rilanciano nomi di vittime del Covid (?) e gli attori, cosiddetti cittadini, colorano i corpi di Dioniso (bianco) e Xantia (nero), suggestiva raffigurazione forse del Tao ma incomprensibile. Nella seconda parte i tempi si rallentano fino quasi all'estremo e la ripetitività dei gesti, se appaga visivamente, rischia di annoiare. Poi tutto si trasforma in un ballo che si fa sempre più indemoniato mentre a una donna del coro viene fatto indossare un gran vestito coloratissimo e con tanto di mascherina l'attrice scende in platea. Recupero dell'Ade di una vittima del Covid, ci sta. Ma la rinascita, o almeno la speranza di rinascita, è troppo estetizzante e tirata per le lunghe.

Il finale poi mi è risultato del tutto incomprensibile: in un acquario vi è un plastico del teatro; tra le mini poltrone s'aggirano vermi e grilli. Forse è un velato insulto al pubblico che non comprende?

Adelio Rigamonti