RECENSIONE/TEATRO ELFO PUCCINI (Sala Shakespeare) (b)

17.03.2022

Recensione di Edipo Re uno spettacolo di Bruni e Frongia, visto il 15 marzo, a cura di Adelio Rigamonti

UNA PERFETTA FAVOLA NERA

Dopo Viaggio verso Tebe in cui hanno indagato, con la volontà dell'esploratore, saggi e pagine letterarie d'ogni epoca, tenendo ben saldo tra le mani il filo rosso di Sofocle che è ben presente in tutte le riscritture, Bruni e Frongia approdano a un Edipo re in cui l'indifferibile "tragico" viene vestito, non trasformato, con i modi della fiaba, pur tremenda e nera, come spesso hanno saputo esserlo alcune favole cosiddette per l'infanzia.

Gli ingredienti della favola ci sono tutti come si legge sul foglio di sala "... con tanto di principe bambino abbandonato sui monti da un pastore che aveva ricevuto dai genitori snaturati l'ordine di farlo morire...", poi il bambino uccide la Sfinge/mostro cattivo, poi cavaliere, poi il premio della regina in sposa e infine l'incoronazione a re di Tebe. Una favola che si intreccia indissolubilmente alla tragedia, quindi, ovviamente, senza lieto fine. Tutto ciò che al giovane Edipo, all'inizio, sembra una gloriosa fuga dalla ritenuta famiglia naturale per allontanarsi dalla volontà divina che aveva stabilito che avrebbe ucciso il padre e si sarebbe unito alla madre. Più Edipo crede di discostarsi dal destino più si fa complice del destino stesso. Senza inutili colpi di genio l'attualizzazione è già nel testo stesso elaborato da decine di riscritture ed emerge costante l'inadeguatezza dell'uomo d'oggi a confrontarsi con la ragione col mondo che ci circonda.

Lo spettacolo mi sembra, come è allestito e condotto, un punto di svolta, un punto di nuovo inizio nella produzione dell'Elfo, che può suonare quasi come un'anomalia, una riuscitissima anomalia che porta a risultati splendidi.

A onor della verità l'inizio mi ha lasciato un po' perplesso: ho temuto che il dilagante ronconismo avesse attratto nella propria trappola anche gli Elfi. La perplessità evapora appena la narrazione fiabesca prende corposo avvio. In scena quattro attori maschi, tre dei quali interpretano più personaggi. Valentino Mannias è un perfetto, a volte assai fisico, Edipo e comunica con bravura di non essere un crudele colpevole mostro ma solo una vittima del destino, della volontà divina, di una volontà superiore, qualunque essa sia, se la leggiamo con gli occhi dell'oggi. E proprio il cavarsi gli occhi sarà la punizione contrappasso per il suo agire per allontanarsi dagli infausti vaticini, che immancabilmente, fatalmente, lo fa complice della crudele volontà d'altri. Edoardo Barbone è un ottimo messaggero oltre a indossare i panni di Creonte, Manto e, come Ferdinando Bruni e Mauro Lamantia, membro del coro e voce fuori campo. Mauro Lamantia è valido Giocasta, l'elemento, forse, più "nero" della fiaba/tragedia. Infine Ferdinando Bruni che soprattutto nell'interpretare il mostro Sfinge e il cieco divinatore Tiresia concede due alti momenti di teatro.

Il testo, intessuto di più brani di varie epoche, mai sfiora aspetti psicoanalitici che con l'avvento di Freud hanno alterato il contrasto tra colpa e destino, dando alla prima l'apposizione di volontà. Una volontà che è assente nella rilettura di Bruni e Frongia dell'opera Sofoclea.

Alla bellezza del testo e alla bravura degli interpreti va aggiunta la preziosa scenografia sempre corredata da splendide proiezione grafiche. A concorrere al successo di un lavoro, oltre che innovativo, fondamentale per il teatro d'oggi, le suggestive maschere di Elena Rossi e soprattutto i magnifici costumi di Antonio Marras. Gli abiti di scena spesso sono parte integrante della drammaturgia: la vestizione di Giocasta e Edipo per le nozze, con abiti, oltre che bellissimi, volutamente "esagerati", indicano non solo la sacralità del potere, con quelle corone che si muovono sospese sui capi degli attori, ma anche il momento di svolta della favola stessa: il lusso temporaneo, lo sfarzo, calato in una scena povera con una palizzata da cui entra ed esce Giocasta, piena di polvere/sabbia, la miseria degli sconfitti. Da non perdere, in scena fino al 14 aprile al Teatro Elfo Puccini.

Adelio Rigamonti