RECENSIONE/TEATRO ELFO/PUCCINI (SALA SHAKESPEARE) (tepss1)

14.05.2022

Recensione di FERDINANDO di Annibale Ruccello, visto il 12 maggio, a cura di Adelio Rigamonti

FERDINANDO ANGELO/DEMONE ALL'ELFO

All'Elfo irrompe con tutta la sua violenta forza il gran teatro di parola di Annibale Ruccello con Ferdinando in un affascinante e sonorissima parlata napoletana che risplende con fiammeggiante intensità per tutta la durata dello spettacolo.  Alla sonorità di quella parlata è necessario abbandonarsi, farsi avvolgere e non preoccuparsi se qualcosa sfugge al nostro orecchio non abituato.

L'impatto con il testo e la vicenda è immediato sin dall'inizio dello spettacolo quando, all'apertura del sipario, su tutto si impone il gran letto della baronessa Clotilde, di cui quest'ultima diviene, nel primo atto, una sorta di appendice quasi indefinita. Al suo fianco la cugina "povera" Gesualda, infermiera e carceriera al contempo. Entrambe recitano il Rosario evocando atmosfere gattopardiane. La baronessa Clotilde, ipocondriaca, è incapace di accettare, siamo nell'agosto 1870, la dominazione piemontese soprattutto perché portatrice della lingua italiana, una lingua senza storia, 'na lengua 'e mmerda!, che nessuno può usare in sua presenza.

Nonostante lo scandire più volte le date in cui si svolge la vicenda, la regista Nadia Baldi colloca il tutto, salvo i costumi con suggestioni seconda metà dell'Ottocento, in un tempo indefinito come a testimoniare che bassezze e istinti sono giunti ingigantiti anche in questi tempi di inganni, incertezze e deculturizzazione.

Il terzo personaggio, presente in scena subito dopo l'inizio, è il parroco don Catellino, l'erudito che cita e si autocita. Questi è un personaggio che non nasconde mai il suo essere equivoco e che ha rapporti sessuali con Gesualda. Quasi tutto il primo atto Gesualda e Don Catellino entrano ed escono di scena con una gestualità assai evidente che li fa molto simili a marionette.

I giorni trascorrono uguali e tutto procede in un ripetersi di gesti, di oggetti della quotidianità evocati ma invisibili; un susseguirsi di pasticche, acque della Madonna, chiacchiere e insulti della baronessa alla cugina "povera", che non perde occasione per accompagnarsi al sordido don Catellino. Tutto dunque prosegue su modi ripetitivi fin quando in una lettera un notaio comunica che un povero giovane per bene, privo di parenti prossimi, è stato affidato alla baronessa Clotilde, sua lontanissima zia. Il giovane è Ferdinando che, al di là della sua iniziale apparente timidezza, quasi un angelo, con la sua bellezza morbosa ed equivoca riesce a scompigliare la vita di baronesse, cugine e preti.

Da quando giunge in scena Ferdinando, lo spettacolo prende un ritmo più incalzante e si allontana sempre più dalla narrazione storica per divenire una "commedia umana" in cui si disvelano segreti, ambigui comportamenti. Opportunamente, nelle note di regia, Nadia Baldi sostiene che Ferdinando "contiene notevoli elementi espressivi per una realizzazione teatrale delle emozioni umane, specchiandosi nella tagliente forza di una storia che attraverso il teatro ruota intorno al disvelamento di una serie di segreti. Ferdinando si concentra su quello che è forse il più insondabile mistero: la mente umana. Nasce così in me l'esigenza di indagare il possibile e impossibile mondo creativo che le donne sanno attuare quando i freni inibitori e culturali non hanno più il loro potere censurante." L'indagine dei misteri che si muovono all'interno della mente umana è condotta registicamente con gran piglio e precisione. Dall'arrivo di Ferdinando diminuiscono le movenze rituali e abitudinarie e Clotilde e Gesualda diventano carne e sangue, mentre Don Catellino precipita sempre più nel sordido. Ferdinando ha manipolato tutti e tre per interessi gretti e meschini per impossessarsi dei beni della baronessa.

Il testo eccezionale ben risiede nel grande teatro di parola, che ora sembra spesso disperso. La regia ben asseconda il testo dirigendo uno splendido cast.

La baronessa Clotilde è interpretata da un'eccellente Gea Martire, in un personaggio double-face: da donna austera, convinta di essere prossima alla morte, a donna tutta carne e sangue "presa" dal giovane demone piombatole in casa. Convince nel suo effluvio di parole a cui dà coloriture che riescono a coinvolgere anche i poco introdotti alla parlata napoletana.

Altrettanto capace è Chiara Baffi, una Gesualda in equilibrio tra il finto verginale e la reale sessualità. Un'attrice che non conoscevo, ma che subito svela un genuino grande talento che, con naturalezza, la pone, ben guidata, come motore del Ferdinando visto all'Elfo.

Don Catellino è Fulvio Cauteruccio, che porta in scena un personaggio dall'ambiguità fastidiosa, dalla grettezza profonda, in equilibrio tra sessualità esibita e sessualità nascosta, tutto per squallidi tornaconto, davvero bravo e anche divertente nelle sue mimiche entrate e uscite nel primo atto.

Infine Ferdinando è interpretato da Francesco Roccasecca che indossa perfettamente una bellezza morbosa e intricante in grado di manipolare, usando falsi nome e generalità, chiunque gli stia intorno solo per soddisfare la sua voglia di ricchezza. Forse nel testo e nelle scelte registiche dell'ottima Nadia Baldi Ferdinando mi è parso, al di fuori della bravura attoriale, il personaggio meno complesso e strutturato. Da non perdere.

Adelio Rigamonti