RECENSIONE/TEATRO ELFO PUCCINI - SALA BAUSCH (tepsb1)

06.05.2022

Recensione de LE OTTO MONTAGNE regia di Marta M. Marangoni, visto il 5 maggio a cura di Adelio Rigamonti

SCALATE E DISCESE A DOPPIA CORDA PER MONTAGNE E MEMORIE 

Le otto montagne, tratto dal romanzo omonimo di Paolo Cognetti, bestseller internazionale e vincitore dello Strega 2017, è di scena nella Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini nella rilettura drammaturgica di Francesca Sangalli per la regia di Marta Marangoni. Per chi non abbia conosciuto il piacere di leggere il romanzo fornisco un conciso riassunto: "Il romanzo racconta la storia di Pietro, un ragazzino di città solitario, del suo rapporto con i genitori, con il suo amico Bruno e, soprattutto, con la montagna. Milanese di nascita, a trentun anni torna nell'estate della sua infanzia. Ad aspettarlo c'è Bruno e insieme, nel segno di un legame che il passare delle stagioni non ha sciolto, trasformano un rudere (la Barma drola) nella casa che il padre di Pietro ha progettato prima di morire."

Come già detto in altre numerose occasioni il tradurre in spettacolo teatrale un romanzo è sempre operazione difficile perché è necessario barcamenarsi sapientemente tra il togliere e l'aggiungere. Dunque si tratta di asciugare il testo, non mutilando la vicenda, per renderlo teatralmente fruibile anche per chi non lo conosca. Uno spettacolo teatrale deve essere autonomo dal romanzo da cui è tratto, vivere per propria vita.

La drammaturga Francesca Sangalli ha consegnato alla regista Marta Marangoni (se non sbaglio alla sua prima regia, sicuramente al suo primo lavoro senza esserne interprete) un testo decisamente valido in cui Pietro e Bruno scalano e discendono impervie pareti del ricordo. La memoria è il filo rosso che, parlando di montagne, diviene una doppia corda a cui attaccarsi per scalare felicità e contraddizioni di un'amicizia che a salti/balze si è protratta, in presenza e lontananza, per molti anni.

Marta Marangoni ci ha messo del suo con estrema correttezza facendo agire gli interpreti in una scenografia semplice ed efficace: una grande lamiera sospesa il cui rimbombo suggerisce suggestioni montanare, dalla frana al tuono e altro; suggestioni incrementate da una finestra, anch'essa sospesa, da luci fredde che evocano ghiaccio, neve, acqua.

L'intuizione registica si estende utilizzando ed esplicitando le capacità artistiche e plastiche dell'ottima performer Alice Bossi, che oltre a essere simbolo delle figure femminili (la compagna di Bruno, Lara, e la madre di Pietro) è soprattutto evocazione dell'eco di montagna, limitandosi a ripetere le ultime parole della superba voce fuori campo di Arianna Scommegna; voce che assolve il ruolo di narratrice e guida.

Gli interpreti Andrea Lietti e Giuliano Comin avanzano nel loro salire e scendere per ricordi, allontanamenti e riavvicinamenti, perfetti nei tempi e nel fornire emozioni.

Degno di menzione l'intero impianto sonoro dalle azioni sonore di Dario Buccino, che ha curato anche le installazioni, alle musiche e canzoni originali dei Duperdu, Fabio Wolf e Marta Marangoni; quest'ultima oltre alla sicura e intricante regia, ha curato anche i costumi. E proprio sui costumi è opportuno sottolineare come il filo rosso della memoria si riconosca nel rosso delle stringhe degli scarponi, dei berretti da montagna e dalle sciarpe che i due amici indossano contemporaneamente ma allacciandole in modo diverso quasi a sottolineare ulteriormente le differenze tra i due per origine e vita. Da vedere.

Adelio Rigamonti