RECENSIONE/PICCOLO TEATRO STREHLER (b)

09.03.2022

Recensione de IL BERRETTO A SONAGLI per la regia di Gabriele Lavia, visto il 4 marzo, a cura di Adelio Rigamonti

UN OTTIMO PIRANDELLO IN UN'ESUBERANTE OSTENTAZIONE DI CREATIVITÀ 

Il berretto a sonagli visto al Teatro Strehler racchiude in sé pregi e difetti di Gabriele Lavia, ancora una volta alle prese col suo amatissimo Pirandello.

Il pregio indubbio che va quasi sempre riconosciuto a Lavia è quel suo rigoroso rispetto filologico nel trattare testi classici.

Un testo che, nella rilettura di Lavia, si ricongiunge in gran parte al testo-madre, che nasce come testo dialettale scritto per Angelo Musco. Per apprezzata scelta registica Lavia porta in scena, con quell'accanimento filologico che gli è consono, un testo che ha come riferimenti le due versioni pirandelliane, quella originaria dialettale scritta per Angelo Musco e quella, successiva, in italiano. Alcuni personaggi parlano solo in siciliano come la serva Fana interpretata da un'eccellente e spesso esilarante Maribella Piana. Altri parlano in un italiano regionale, cosa da farsi per maggiore chiarezza espressiva, ma conservando la musicalità del dialetto siciliano, vedi ad esempio il Delegato Spanò, interpretato da un efficace Mario Pietramala. La grande lingua pirandelliana la gestisce in modo autorevole, fra gli altri, Ciampa, lo scrivano servile e becco interpretato da un ispirato Lavia. Quest'ultimo ci offre cammei interpretativi soprattutto nei momenti più intensamente speculativi del testo. Un esempio per tutti è la spiegazione assai pacata, come il testo esige, delle tre corde d'orologio in testa: la seria, la civile, la pazza. Lavia dà il meglio di sé come attore nei dialoghi con la Signora Beatrice Fiorita (un'altrettanto ispirata Federica Di Martino, moglie di Lavia). Quest'ultima disegna una donna femminista ante litteram: è dura, scorretta, antimaschilista, forte, ma soprattutto isolata, con la sola arma della verità, contro tutti i perbenismi che la ostacolano fino a concedersi pazza per non creare scandali e cattive nomee al servile Ciampa.

Purtroppo Lavia colloca questo suo ricercato lavoro sul testo e sugli attori all'interno della scenografia sovrabbondante di Alessandro Camera. Bella e suggestiva di per sé ma, come detto, sovrabbondante e non necessaria a far da corollario all'opera pirandelliana.

A Lavia, oltre alla già lodata ricerca e osservanza filologica, va ricondotta anche un'esuberante ostentazione di creatività. In questo lavoro riempie il pur vasto palco dello Strehler di manichini, in abiti degli inizi del secolo scorso, di teloni ingialliti e soprattutto di divani e sedie sgangherati, storti, come volessero trascinare all'ingiù, in un declino smisurato verso non tanto la pazzia ma quanto la morte. Quel pupo in alto nudo e riverso sul telone sottolinea un senso di morte, a mio avviso gratuito. A volte si nota una certa difficoltà degli attori tra tutti quegli oggetti sparsi come ci trovassimo in un retropalco inutilmente affollato in attesa di essere ragionevolmente sistemato. Ed è proprio questa sensazione di magazzino teatrale mal esplorato, decadente e precario che ha smorzato, per quanto mi riguarda, l'entusiasmo per un eccezionale Pirandello, nel suo primo lavoro, espressionista, e per un'ottima resa registica e attoriale.

L'intero cast, tutto di ottimo livello, oltre ai quattro già citati, è composto da Francesco Bonomo, Matilde Piana, Giovanna Guida, Beatrice Ceccherini. Spettacolo comunque da vedere.

Adelio Rigamonti