RECENSIONE/PICCOLO TEATRO  GIORGIO STREHLER

10.02.2022

Recensione di M IL FIGLIO DEL SECOLO uno spettacolo di M. Popolizio visto il 5 febbraio, a cura di Adelio Rigamonti

DENTRO LA TESTA DEL DUCE

Per recensire M Il figlio del secolo, in scena al Piccolo Teatro Strehler, occorre, per essere obiettivi, lasciar sedimentare le spinte, le suggestioni che l'imponente spettacolo di Massimo Popolizio impone allo spettatore.

Premetto che ho letto il testo di Antonio Scurati quando ancora non si accennava a una sua messa in scena. Il romanzo vincitore del Premio Strega 2019 è di certo un'opera grandiosa, forte, coraggiosa che ci conduce a ripercorrere quei sei anni (1919 - 1924), sorta di tragicomico inizio di un ventennio che ha cambiato per sempre la storia del nostro Paese e non solo.

I ricordi di quella lettura affascinante mi avevano fatto ritenere che il mettere in scena il lavoro di Scurati fosse opera impraticabile, impossibile.

Ora nell'apprestarmi a recensire, con qualche necessario ritardo, lo spettacolo, voglio subito sgomberare il campo dalla critica negativa che mi si era fissata in mente in merito alla lunghezza della messa in scena (tre ore abbondanti): lo spettacolo, soprattutto nella seconda parte, scorre via con facilità e non si concede pause nei tempi recitativi e drammaturgici e non risulta mai noioso per il pubblico.

L'impraticabilità e l'impossibilità di portare a teatro la mastodontica opera di Scurati devono essere state ben note a Massimo Popolizio fin dai primi approcci al lungo lavoro di preparazione. Per rendere possibile la realizzazione di un progetto, sicuramente ambizioso, ma che avrebbe potuto correre il rischio di un'operazione dal gran valore estetico, ma inutile, Popolizio, con la collaborazione di Lorenzo Pavolini, destruttura completamente il testo ispiratore e lo ricompone trasformandolo in una sorta di cabaret tragico.

Alla struttura del cabaret appartiene anche la suddivisione dello spettacolo in trentuno veloci capitoli, tutti intitolati, in cui indagano personaggi ed eventi "scombussolando" la sequenza cronologica dei sei capitoli scuratiani.

Popolizio è bravo a interpretare e a ben rendere Scurati nel modo col quale riesce a star dentro la testa del duce quasi a toccare i suoi pensieri, i suoi dubbi il suo ridicolo tre pose e retorica.

Lo spettacolo è teatralmente e platealmente un omaggio che Popolizio rende al suo maestro Ronconi, nello stile, nei tempi recitativi e nell'uso, moderato, di macchine sceniche, con la complicità delle scene di Marco Rossi.

Credo che nel destrutturare il testo letterario e ricomporlo con la fantasia del Teatro, Popolizio abbia pensato non poco alla "Resistibile ascesa di Arturo Ui" di Brecht, una splendida allegoria satirica di Adolf Hitler presentata attraverso la carriera di Ui. Tuttavia, se Brecht poteva giovarsi dell'invenzione di Arturo Ui per satireggiare Hitler, Popolizio doveva raffrontarsi direttamente con Mussolini e lo fa teatralmente in modo geniale sdoppiando il dittatore fascista. Per sé tiene il Mussolini teatrante, istrionico, ridicolo e buffo, mentre al bravissimo Tommaso Ragno affida, senza il minimo trucco per tenerlo sapientemente lontano dall'aspetto del dittatore, il Mussolini personaggio storico, disorientato, indeciso, maldestro, ma anche lucido.

Il numeroso cast di attori (oltre ai due citati Popolizio e Ragno) è costituito da Sandra Toffolatti, Paolo Musio, Raffaele Esposito, Michele Nani, Tommaso Cardarelli, Alberto Onofrietti, Riccardo Bocci, Diana Manea, Michele Dell'Utri, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Gabriele Brunelli, Giulia Heathfield Di Renzi, Francesca Osso, Antonio Perretta, Beatrice Verzotti. Tutti sono stati guidati con lucidità e tutti hanno mostrato talento anche nell'interpretare ciascuno più personaggi.

Non mi ha convinto del tutto la scelta registica di presentare un Gabriele D'Annunzio malandato e più macchietta che personaggio. Mi è parso troppo macchiettistica anche la figura di Nicola Bombacci. L'ottima Sandra Toffolatti ha interpretato il ruolo di una Margherita Sarfatti forse di un poco più importante di quanto fosse nella realtà e di quanto sia nel testo di Scurati.

Lo spettacolo in scena allo Strehler, così come il libro, è necessario per invitare tutti, ma soprattutto i giovani, ai quali viene sempre più offuscato il ricordo della tragedia fascista, a non sottovalutare o minimizzare qualsiasi cenno, anche se a volte davvero cialtrone, per far rinascere qualcosa di molto simile al fascismo, a maggior ragione in un momento, troppo lungo, in cui la sinistra è pasticciona e litigiosa al proprio interno. Su quest'ultima osservazione basta ritornare alla debolezza dei leader socialisti dell'epoca sottolineata da Popolizio, che praticamente salva solo la figura di Giacomo Matteotti, interpretato da un ottimo Raffaele Esposito. Da vedere.

Adelio Rigamonti