RECENSIONE DEI LETTORI/TRE DONNE ALTE

25.05.2022

Inviata da FRANCESCA SANTORO  da Milano

Sono andata a vedere lo spettacolo con la Marinelli principalmente PER la Marinelli; attrice che mi aveva folgorato, ai tempi in cui l'Elfo era ancora in via Menotti, nei panni di Petra Von Kant (e che mi ha invece recentemente deluso - non tanto lei quanto la pièce - nel recente Robert e Patti)

Non avevo una grande preparazione sul testo o sulle sue fortune, che in effetti sono notevoli: ha vinto il Pulitzer una trentina scarsa di anni fa come miglior testo per le scene, lo hanno recitato (ho scoperto) attrici del calibro di Maggie Smith e Glenda Jackson.

È uno spettacolo non per giovani, non per maschi: in poche parole mira a donne che hanno da tempo iniziato a fare qualche bilancio della propria vita, magari non esattamente entusiaste dei rapporti che hanno intrattenuto con l'altro sesso. Ma forse mi sbaglio: il messaggio del testo è universale, è sul tempo che scorre, sulla felicità sempre rimandata, sulle scelte sbagliate che si fanno con le e sulle persone, un discorso che può applicarsi ad ogni età e perfino agli uomini, che il luogo comune vuole meno inclini all'introspezione. Ma, certo, avvicinarsi al momento in cui si vedrà l'erba dalla parte delle radici induce molto più facilmente certe riflessioni sul cammino proprio ed altrui.

La rappresentazione plastica di tre generazioni diverse (incarnate da tre diverse attrici, non voglio svelare di più) invita a un confronto serrato fra le aspettative, le delusioni e i ricordi che animano momenti differenti della vita e si intrecciano e si scontrano fra loro, senza riuscire a costruire una trama visibile di senso dell'esistenza.

Le donne si prendono in giro a vicenda, ridono amaramente l'una dell'altra, si correggono reciprocamente, si mandano a quel paese, nel tentativo anche feroce di scoprire cosa veramente conti, cosa veramente valga nella loro esperienza. Sono spietate fra loro ma anche con se stesse, non perdonano nulla agli uomini che le hanno invariabilmente deluse, ma sono soprattutto consapevoli del grande spreco di energie e di pensieri di cui sono responsabili.

Di uomo sul palco ne compare uno solo, muto, ed entra in scena quando i giochi sono fatti, è stata svelata l'identità delle tre donne e si è compiuto il loro percorso di conoscenza spietata della realtà che, pur vista da punti di vista diversi, non offre molti spiragli di speranza. Alla fine la serenità arriva (può arrivare?) da un momento che dovrebbe esserne l'esatto contrario, l'opposto per definizione. L'ignoto fa meno paura di tutto quello che si è vissuto e sperimentato, questa è la netta conclusione.

Brave tutte e tre le attrici, fra l'altro molto belle le due donne che affiancano la Marinelli, bello anche il ragazzo che non pronuncia una parola: forse una scelta precisa per rendere ancora più dolorosa la sorte di personaggi esteticamente vincenti, fisicamente alti, a cui la vita avrebbe potuto (forse dovuto) regalare di più.

Francesca Santoro