RECENSIONE/TEATRO FILODRAMMATICI

18.02.2022

Recensione de LA GABBIA di Stefano Massini, visto il 15 febbraio, a cura di Claudio Facchinelli

Da sinistra Federica Fabiani e Vincenza Pastore
Da sinistra Federica Fabiani e Vincenza Pastore

ANCORATI ALLA CRONACA DEGLI ANNI DI PIOMBO

È sorprendente verificare quanto poco basti, apparentemente, perché uno spettacolo, che in una messinscena vista qualche anno fa era apparso velleitario e non convincente, diventi appassionante.

È il caso de La gabbia (Figlia di Notaio), in scena al Filodrammatici di Milano fino a domenica 20 febbraio. Il testo, ovviamente, è sostanzialmente il medesimo, e vi si riconosce la scrittura intrigante di Stefano Massini.

Ma, rispetto a quella produzione, cambia la regia, le interpreti, la scenografia, e sembra di assistere a un lavoro diverso.

In cinquantacinque minuti si consuma l'incontro - e lo scontro - fra una giovane terrorista e sua madre, scrittrice di successo.

L'antefatto è la fuga di una ragazza di vent'anni da un'agiata famiglia di intellettuali, per darsi alla lotta armata. Arrestata e condannata, a quanto sembra ha rifiutato qualsiasi contatti con la famiglia.

E quando la madre, dopo undici anni, la va a trovare per la prima volta in carcere, appare evidente l'impossibilità che si riallacci fra le due un qualsiasi rapporto di comunicazione, per un ostinato,

indefettibile rifiuto della figlia, che il carcere non ha mutato nelle motivazioni, a suo modo etiche e ideali, che l'hanno spinta a quella scelta estrema.

Ma poi qualcosa succede: un colpo di teatro darà senso a quell'improbabile incontro il cui esito, pur rimanendo aperto, consentirà lo scambio di qualche parola di verità fra le due donne, così lontane, addirittura estranee, eppure legate da un'inevitabile comunanza esistenziale.

Alla tessitura di questa lenta, coinvolgente evoluzione comunicativa contribuiscono le discrete integrazioni drammaturgiche con cui la regia ancora il personaggio ad alcuni fatti di cronaca degli anni di piombo e la bravura delle due interpreti.

Federica Fabiani riesce a modulare la sua matronale fisicità nelle sfaccettature psicologiche e nel mutare di atteggiamento della madre, apparentemente padrona di sé, ma non priva di insicurezze, seppur ben protette.

Vincenza Pastore ci restituisce una irriducibile terrorista, che ci squaderna il suo rabbioso credo, ma concederà tuttavia al pubblico il dubbio di un momento di segreta commozione.

Due prove attorali di notevole spessore, ben orchestrate dall'attenta regia di Renato Sarti, responsabile anche di una scenografia che suggerisce le sbarre di un carcere pur senza mostrarle: luci fredde, più da obitorio che da carcere (in più, un incongruo spiraglio luminoso, che apre il locale claustrofobico al mondo reale; unico arredamento, un lungo sedile di lamiera sbrecciata che, percosso con violenza, riecheggia i brevi ma significativi interventi musicali di Carlo Boccadoro. Da vedere.

Claudio Facchinelli